Dal liquido amniotico dell’utero ai fondali del mare, il passo non è breve.
Ed intanto, succede.
Tre bambini, anzi tre neonati di poco più di qualche mese, sono morti in mare.
Annegati.
Soli.
Terrorizzati dall’annegamento, immagino.
Senza le loro madri.
In mare.
L’amore di un genitore non si ferma davanti a niente , nemmeno dinanzi all’incognita.
Sfida l’ignoto pur di consegnare il proprio figlio ad una possibile vita.
Bambini consegnati alle onde del mare ed agli sciacalli chiamati scafisti, pur di strapparli alla morte certa.
Bambini sottratti alla guerra, alle epidemie, alla fame ed alla povertà.
Bambini strappati alle braccia rassicuranti dei loro genitori.
Bambini senza infanzia, con un passato drammatico, una separazione come dote affettiva e come unico bagaglio a mano, e già in mare.
Bambini senza un pezzetto d’infanzia, senza presente e senza futuro, senza amorevoli merende e rassicuranti rituali della buona notte, senza cibo e senza vestiario.
Piccole vittime senza colpe affidati al mare come se fosse una grande madre che ama e proteggere.
Siamo al largo del Cairo, la barca prescelta è vecchia e di legno, è troppo piccola per i tanti disperati accolti.
Ha imbarcato acqua, si è spaccata la carena e, per finire, ha preso fuoco.
Esistono le guerre, le leggi e le fughe nella speranza di una vita migliore.
Ed esistono gli scafisti.
Una nuova professione molto redditizia, fondata sulla disperazione altrui.
Uomini armati – non di armi vere e proprie, ma di cinismo e di mancanza di scrupoli – che vendono sogni a caro prezzo, in cambio della vita.
Fonte: il secolo XIX