Era sabato. Erano le tre del pomeriggio. Era ieri.
Lui si chiama Vento, e come tutti i fine settimana di questi ultimi anni, era lì ad aspettarmi. O almeno così mi piaceva credere.
Ha gli occhi scuri e profondi. Una criniera regale, spettinata dal vento incerto della Sicilia di maggio.
Il pelo marrone come il colore della terra bagnata d’autunno. E un’aria fiera e coerente.
Eravamo lui, io, le mie paturnie settimanali, e il nostro solito sabato pomeriggio insieme.
Ero infarcita di pensieri e di emozioni contrastanti. Di tensione e stanchezza. Di distrazione. Di ieri e di domani, un guazzabuglio ingombrante e intrusivo.
Lui, il mio cavallo, ha iniziato a dirmi che così non saremmo andati lontano.
Con il linguaggio muto ma incisivo dell’amore, ha iniziato a deragliare, a fare i capricci, a brucare di tutto un po’, noncurante del mio progetto pomeridiano.
Era anarchico, distratto, poco incline all’obbedienza, a volersi divertire insieme a me.
Così non potevamo andare avanti!
Avrei dovuto trovare una soluzione prima che il mio sabato con lui si concludesse.
Pian piano, ho iniziato a sgombrare il mio cuore e la mia mente dalla confusione con cui mi ero presentata a lui, noncurante di lui, del suo sentire amplificato e chiaro di quanto confondeva e disturbava me.
Avevo iniziato a capire e a sentire.
Passo dopo passo, trotto dopo trotto, ostacolo dopo ostacolo – piccoli per lui, giganteschi per me – stavamo diventando intimi. Un tutt’uno. Senza intrusi e intrusioni emozionali.
Il mio ieri non c’era più, e nemmeno il mio domani.
C’eravamo soltanto lui, io, e la natura intorno.
Così, dopo circa un’ora insieme a lui, avevo smarrito pensieri disordinati, diversamente intelligenti, paturnie, il cellulare.
Era ieri, ma è come se fosse ancora oggi.
Certe emozioni non passano.