L’uomo e la barca non hanno un rapporto d’amore ma di oceanica fusione. Di appartenenza. Di morbosa passione. Di struggente gelosia. Di folle accudimento. Di dipendenza affettiva.
L’uomo sfoggia in mare il suo metro in più, la sua prua più affusolata e performante, la sua plancia di poppa nuova di zecca. Tutto ciò che è più grande, lungo, largo, galleggiante diventa il suo trofeo.
Lui, a bordo, diventa il capitano. Il suo capitano. Armeggia e ormeggia, si stressa e perde la testa per un moto anomalo del parabordo o per una cima galleggiante e minacciosa. Controlla, non si rilassa, pulisce, sistema. Attua una lotta impari contro gli abbronzanti, le cianfrusaglie degli altri abitanti della barca, le riviste e i libri lasciati qua e là; contro tutto quello che sfugge al suo controllo.
Al rientro in porto scatta il rituale d’amore: la insapona con maniacale precisione, senza tralasciare nemmeno una bitta, la asciuga, pulisce i vetri per evitare che la salsedine li eroda. Lucida gli acciai pensandoli argenti, prosegue impavido, sfidando la stanchezza.
Diventa irascibile e intrattabile se qualcuno si insinua nel suo rituale ossessivo, perché lui, l’uomo, non vuole intermediari che possano diluire il suo rapporto di passione con la su barca.
Quando la ormeggia, dopo averla pulita con cura, la contempla con immensa soddisfazione perché tra lui e lei c’è un’empatia profonda. Prima di scendere in porto sistema finanche le cime. Le arrotola con elegante e ossessiva simmetria e le pone l’una dinanzi all’altra come se si guardassero. Equidistanti tra di loro, adagiate dolcemente sulla plancetta di poppa.
Segue il rituale di protezione: la chiude come se fosse un sarcofago – non si sa mai dovesse prendere freddo o l’acqua piovana di agosto -, la guarda con sguardo languido e sognante e se ne distacca sino al suo prossimo incontro d’amore portandola con sé negli occhi e nel cuore.

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