C’è chi si accontenta.
Per paura, per solitudine, per mancanza di coraggio. Per il bisogno cocente di avere un amore che scaldi il cuore e i sensi.
C’è chi ha paura della solitudine e la vive più come condanna più che come una conquista.
C’è chi si innamora per fragilità, per solitudine, per qualche anomalo giro di boa dell’esistenza, per colmare e sedare i traumi del passato.
Così può capitare di incontrare uomini ( e donne) male accompagnati invece che felicemente soli.
Abbondano i serial lover, i traghetti, i calessi, le minestre riscaldate, i principi abusivi e falsamente azzurri.
Quando parliamo di solitudine, la immaginiamo come una condanna, come un triste destino, come una scelta subita più che voluta.
Nessuno le attribuisce un valore, o la coniuga con una possibile scelta del vivere.
Solitudine e coppia sembrano il diavolo e l’acqua santa, l’uno il contraltare dell’altra; perché quando si ama, dalla terra del piacere si trasloca alla terra del bisogno.
Vivere senza l’altro, con il partner nel cuore e non obbligatoriamente sullo stesso divano, essere autonomi in amore e nella vita, obbliga ad aver attraversato le lande della propria solitudine, avere arricchito e concimato il proprio mondo interiore, ed essere davvero in grado di apprezzare l’altro senza averne bisogno.
Questo è il cammino che porta a distinguere un amore vero da una supplenza affettiva, quindi dall’essere soli e non male accompagnati.
Ricapitolando, l’altro andrebbe incontrato nella prateria del benessere, sotto il sole alto del benessere, non nel sottobosco delle proprie paure non risolte, per evitare amori folli e malsani.
Per evitare di essere male accompagnati piuttosto che soli.