Ho dato le mie parole a un cuore infranto, oggi riparato, traducendo una consulenza molto intensa in una lettera-ricordo.

Ricordi quando parlavamo, parlavamo, parlavamo?
Di tutto. Sempre, senza sosta e senza fiato.
Le pause erano baci profondi e lenti. Il turgore delle tue labbra e il desiderio delle mie si aspettavano e si intrecciavano come se non ci fosse un domani.
Pelle a pelle. Fiato a fiato. Baci dolci e sensuali, regressivi e profondi che arrivavano dove era impensabile approdare.
Terre nuove, mai esplorate, mai create prima di noi.
Nate con noi e morte con noi.
Baci che anticipavano altre parole, i sensi e l’affanno.
Sensi che diventavano parole e parole che diventavano sensi.
Per un tempo infinito.
Ricordi quando facevamo l’amore travolti da quella passione dirompente?
Affamati di quell’intimità vicereale, senza futuro e senza passato. Un ponte verso l’abisso che ci consegnava al bisogno.
Era un amore, il nostro, che creava la vita e che provocava la morte.
Che incendiava i sensi e che flagellava il cuore. Che puniva con la sua intermittenza, intensità e assenza.
Un amore travolgente e struggente.
Un mare in tempesta, povero di ragioni ma ricco di emozioni, sprovvisto di vedute e di panorami.
Tragicamente dipendente.
E tragicamente indispensabile.
A noi non è stato concesso il tempo di avere un futuro. Ma nonostante le sofferenze atroci, abbiamo rubato il tempo a tutto per amarci.
Nel difficile cammino del dopo, mi sono resa conto di quanto una persona possa rimanere centrale anche nell’assenza, nella terra della riparazione e dell’oblio.
Nonostante la casa che non abbiamo costruito, le promesse mai realizzate, gli abbracci che erano degli adii, e le lacrime copiose, sei il mio ricordo.
Eri assente e allo stesso tempo avvertivo la tua presenza, ero sola eppure mi sentivo in coppia.
Adesso sono qui, senza di te e senza me in te. Le domeniche sono giornate lente e pericolose. Lunghe e immobili.
Abitate da noia e pizze. Da carrelli della spesa e ricordi.
Da tutto che diventa niente, e da un ricordo che diventa tutto.
Così scrivo a me, immaginando di scrivere a te; giocando a nascondino con le mie paure e con le mie emozioni.
Mi ritrovo sola e libera attanagliata in un senso di mancanza incolmabile che diventa compagnia, e con le più svariate compagnie che irritano e disturbano.
Il passato che mi avvolge e da cui mi faccio avvolgere ha vaghe sfumature persecutorie, e ha un’insistenza dal sapore quasi familiare.
Diventa uno scrigno segreto.
Una pietra preziosa, sempre più preziosa proprio perché assente; impolverata dal tempo e lustrata di tanto in tanto per lenire momenti interminabili, lenti e fatui di un quotidiano senza di te e senza me in te. Senza quel pasticcio di fusione e poca separazione che avevamo inventato, e di cui avevamo bisogno per vivere.
Adesso proseguo con la terapia, le sedute cadenzano le mie settimane e tacitano il mio cuore.
Lo stesso cuore di cui ho scoperto la sua esistenza quando ti ho incontrato per la prima volta.
Li, in quel luogo di caos e di passaggio, dove il tempo sembrava essersi fermato per farci incontrare senza nessuna distrazione e senza nessuna interferenza.
Ogni tanto, lo stesso cuore che un tempo ti è appartenuto e che oggi sto riparando con mille strategie, si gira indietro a guardare noi.
Quello che siamo stati e che non siamo riusciti a diventare, cosi, mi scrive immaginando di scrivere anche a te.
Per conoscenza, e per suddividere la sofferenza provata.

La vita di Flavia, le mie parole.