Ieri è diventato domani, il tre aprile tre maggio. La fase uno è diventata due, e il paziente uno purtroppo si è trasformato nell’ennesimo paziente contagiato.
Era l’otto marzo, l’Italia è stata messa in pausa e noi insieme a lei.
Ci siamo ritrovati con tutto il tempo possibile a nostra disposizione. Un tempo di cui avremmo volentieri fatto a meno: non così, non tutto in una volta, non tutti insieme, non come contraltare del lavoro.
Un tempo dilatato e ristretto, ansiogeno e calmo. Abbiamo cucinato e zappato, dipinto e lavorato a maglia. Abbiamo ripescato vecchi sapori e vecchi mestieri. Siamo andati a caccia di lievito di birra come se fosse l’ultimo baluardo per la nostra sopravvivenza; abbiamo fatto incetta di farina, di mascherine e di amuchina.
Amazon è diventato il nostro più caro amico: ci ha consolato e premiato, distratto e soddisfatto, consegnato di tutto e di più.
Ci siamo entusiasmanti e intristiti. Arrabbiati e rassegnati.
Abbiamo cantato al balcone (non io: associare canti e cadaveri mi sembra macabro e irrispettoso), lavorato online, seguito tutorial per ogni cosa e visto improbabili dirette Instagram.
Ci siamo annoiati, risposati, ritrovati.
Abbiamo litigato con i nostri cari, o meglio congiunti, ci siamo riappropriati del nostro tempo e del tempo con i nostri figli.
Ci siamo sopportati, supportati, amati, odiati. Ribellati, depressi.
Abbiamo fatto amicizia con l’autocertificazione mutante e siamo sopravvissuti anche senza un parrucchiere (cosa impensabile in un altro momento della vita).
Abbiamo rinunciato a tutto il superfluo, e abbiamo fatto la raccolta differenziata dei ricordi e degli incubi.
Abbiamo corso in strada, sul posto e nuovamente in strada, nel tentativo vano di arginare gli effetti del cibo che consola. Abbiamo concimato e strappato le erbacce dalle relazioni.
Gli amori grandi si sono arricchiti di magia, di email e di parole, quelli piccoli o falsamente tali sono spariti nel nulla.
Abbiamo capito ancor di più il valore di un animale, e non soltanto perché ci consegnava a dieci minuti d’aria, ma perché la sua dolcezza e compagnia scalda anche i cuori più maltrattati dalla vita.
Abbiamo guardato con sguardo sognante il cielo, ormai terso, e lo abbiamo postato dappertutto, promettendo al cielo e noi stessi che ci saremmo impegnati a inquinarlo di meno o di nuovo.
Abbiamo compreso il valore della compagnia e della solitudine, passando dall’isolamento.
Spero che le nostre memorie di una quarantena finiscano qua, e che la fase due grazie alla nostra capacità di cura e di rispetto non torni ad essere una fase uno.
Perché questa volta non possiamo più permettercelo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Menu
error: Il contenuto è protetto