In alcuni momenti della nostra vita siamo chiusi nella nostra fortezza vuota fatta di silenzi, rancori e solitudine.
Ci sentiamo al riparo e in pericolo. Soli e assediati. Sentiamo tutto e niente. Abbiamo bisogno di tutto, ma non ci permettiamo niente.
In questi casi non vediamo. Abitiamo i nostri giorni ma noni viviamo. Parliamo ma non comunichiamo. Sentiamo ma non ascoltiamo. Parliamo con la voce ma tacitiamo il cuore.
Ci raccontiamo verità edulcorate per stemperare la sofferenza.
Poi, un giorno, per un motivo o per un altro, per un incontro o uno scontro, per un sogno o per un sintomo, l’isolamento diventa solitudine, e la voglia di andare avanti prende il posto delle resistenze che ammanettano all’immobilismo del vivere.
Talvolta, per togliere la benda nera dai nostri occhi, dobbiamo prendere in prestito lo sguardo altrui.
Con modestia, coraggio e onestà del cuore.
Prendere in prestito gli occhi della persona amata, di un bambino, dei nostri figli o dei nostri cani (quando odorano l’aria mi rapiscono ogni volta!), significa aprirsi al mondo. A un mondo nuovo.
Significa guardare la realtà con occhi nuovi e sentire sulla pelle emozioni che non avremmo mai pensato di provare. Aprirsi al nuovo vuol dire osservare, sentire addosso la vita, assaporarne ogni istante, anche il più doloroso.
Significa smettere di eludere la realtà, dialogare con i meccanismi di difesa della psiche, e non giocare più a mosca cieca con quello che spaventa e che cattura.
Significa abracciare la sofferenza, e se stessi insieme a lei, per far sì che ogni lacrima diventi una nuova risorsa da spargere su ogni istante di vita che verrà.
Così si va avanti con uno sguardo verso il futuro stracolmo di consapevolezza e di audacia, di entusiasmo e di coraggio, e uno sguardo di affetto e rispetto nei confronti del passato.
Si fa un inventario dei desideri e ci si rimette in cammino.

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