Ci siete mai stati nei paraggi della felicità? È un luogo strano, abitato da mostri e da sirene. Un luogo che incanta e seduce, che spaventa e irretisce. Fatto di soste e si partenze, di rotatorie e di vicoli bui del cuore.
È un posto dove c’è tutto e il suo contrario. C’è l’entusiasmo e c’è la paura.
C’è l’amore e c’è la fuga. C’è l’oggi e c’è ieri. C’é il futuro e c’è l’infanzia.
Si, l’infanzia, quella zavorra che talvolta è una risorsa, altre volte un’ancora che impedisce di spiccare il volo.
Quando la felicità non arriva la caccia alle streghe diventa la compagna di banco e di vita. In realtà, la sua assenza o presenza a intermittenza, dipende da noi che non riusciamo a oltrepassare quel muro invisibile di cemento armato, fatto di meccanismi di difesa della psiche, di coazione a ripetere, di sbagli e di paure.
Così, ci arrabbiamo con tutti, e guardiamo fuori invece di guardare dentro.
Poi, crescendo, grazie alla gimcana tra rabbia e perdono, tra gli eventi e le disavventure della vita, impariamo a conoscerci a fondo, a volerci bene, ad assecondare i nostri mostri, come diceva lo psicoanalista James Hillman, e a trasformarli nei nostri più grandi amici.
Quando ci troviamo nei paraggi della felicità, impariamo a tenere insieme gioia e dolore, amore e paura dell’abbandono.
Fame d’amore e nutrimento.
Alla fine ci accorgiamo che la felicità non è data dall’avere più soldi, più prestigio, di tutto di più, quanto, invece, è data dalla capacità di abitare con quel vuoto, con quel dolore, con quel ricordo, con quel demone interno, e a dialogare con loro.
Ecco, tutti questi elementi, diventano gli ingredienti per essere ciò che si è.
E volerlo più di ogni altra cosa, senza desiderare di essere altro, come quando si ama davvero. (Se stessi, in questo caso!)