Nella morsa della paura e nell’abbraccio della riparazione

Vi racconto una storia, che il cuore lo strazia e lo ripara. La storia di Francesco e Filomena.

Francesco e Filomena (nomi di fantasia, ma vicini di casa di una mia paziente) hanno rispettivamente ottantacinque e novant’anni. E sono marito e moglie da sessanta. Vivono uno di quei matrimoni in via d’estinzione, d’altri tempi; longevi ma non immuni da intemperie, sigillati da un patto inespugnabile d’eternità.
Vivono l’uno per l’altra. Senza intermediari, figli, nipoti, parenti lontani. Hanno attraversato la vita e il covid da soli, perché in realtà non hanno affetti e tantomeno parenti lontani. Hanno soltanto vicini di casa che con discrezione e garbo si occupano di loro.
Nessuno dei due ha fratelli o sorelle e nemmeno cugini. La vita inoltre si è accanita contro di loro rendendoli infertili, privandoli del tutto della gioia della genitorialità.
Vivono in campagna, in un paesino che dista ben quindici chilometri dalla città più vicina. Prima che il Covid stravolgesse le loro e le nostre vite, era abitudine di Filomena prendere l’autobus e recarsi in paese, fare una piccola spesa bastevole per l’intera settimana per non portare troppo peso, e rincasare.
Prendeva il pane nero che piaceva tanto a suo marito, la verdura di campagna, le uova per mantenersi forti a lungo, le medicine e la frutta.
In paese la conoscevano tutti, così molto spesso al ritorno rincasava con un passaggio dei vicini. Lei per ricambiare gli raccontava la vita. I suoi lavori nei campi, la sua passione per la lettura nonostante non avesse mai ultimato la scuola media, il suo profondo amore e rispetto per gli animali.
La grazia con cui raccontava delle pagine ingiallite e di quello che i libri le avevano insegnato incantava i vicini, e regalava a chiunque avesse orecchie per ascoltare e un cuore sensibile per assaporare, emozioni e nostalgia.
Filomena, da quando aveva perso la sua adorata cagnolina di ben diciassette anni, se ne andava in giro a dare ma mangiare pane raffermo e resti della cena ai randagi del suo paese. Faceva bene a loro a e lei.
Dopo la morte del loro vecchio cane, accudito più di un figlio, avevano scelto di comune accordo, a causa dell’avanzare della loro età, di non prendere più nessun animale perché non avrebbero mai voluto abbandonarlo.
Regalargli un destino di abbandono, randagismo, o nella migliore delle ipotesi, adozione, non faceva parte dei loro progetti e del loro sentire più profondo.
L’avvento del Covid li aveva rinchiusi in casa, nella morsa della paura e della solitudine, e nessuno dei due, tanto meno il marito che ormai era diventato più che anziano, usciva di casa. Niente spesa, niente autobus, niente racconti di vita durante i passaggi di ritorno, niente quattro zampe della zona.
Erano sprofondati nel nulla, e sembrava che il nulla si stesse impossessando di loro.
Se gli fosse successo qualcosa nessuno si sarebbe accorto della loro mancanza; forse i vicini, ma sarebbe stato rischioso affidare ai vicini la loro sopravvivenza, e anche egoistico.
In paese si accorsero tutti della mancanza di Filomena, della sua luce e delle sue storie; anche i randagi sembravano più randagi.
Il vicino più prossimo era preoccupato e impensierito, e con garbo e determinazione, iniziò a portare loro la spesa e le medicine.
Filomena era terrorizzata dal contagio, dal poter finire la sua vita in un ospizio senza il suo amato compagno di vita, di terminare la sua vita da sposa intubata in qualche ospedale sconosciuto, da qualche parte che non fosse la sua casa, e di lasciare da solo e in panne il suo Francesco.
Avevano fatto un patto, e lei avrebbe fatto di tutto per mantenerlo: non regalarsi sofferenza ma solo sorrisi e rimanere insieme sino alla fine dei loro giorni.
Le sue mani così usurate e macchiate dal sole e dal tempo erano ancora operose, così faceva il pane in casa e quanto le fosse ancora concesso dai suoi polsi stanchi.
Quando il paese per intero iniziò a portale le vivande e le medicine, lei, in maniera estremamente prudente, le lasciava fuori dalla porta per giorni a decantare e a far evaporare il virus. Poi, con diffidenza ma necessità e gratitudine, le portava in casa e le disinfettava uno per uno.
Il marito la guardava incantato e grato. E ancora innamorato.

Nessuno dei due ha preso il Covid, sono stati vaccinati e hanno anche fatto la loro seconda dose di vaccino e speranza. Si guardano ancora con lo stesso sguardo innamorato e grato di allora, e di sempre.

2 Commenti. Nuovo commento

  • Silvia Trevisani
    24 Aprile 2021 17:19

    Grazie dottoressa, di aver raccontato una storia di grande amore e rispetto. Mi aspettavo un finale doloroso, come oggi nell’epoca covid siamo preparati, e l’ho letto quasi in fretta per l’ansia e la paura di sapere. Invece no, Filomena e Francesco hanno vissuto e vivono resistendo a tutto, forti come il loro amore. Grazie di averci raccontato della buona vita. Un abbraccio con affetto, da una sua lettrice in Instagram e dei suoi libri. Silvia Trevisani.

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    • Valeria Randone
      24 Aprile 2021 17:27

      Grazie a Lei per aver scritto.
      Raccontare l’amore fa bene all’amore.
      Anche il bello e il buono va raccontato.
      Un caro saluto

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