Cara Dottoressa,
pensavo di amarlo. Il virus ha stravolto le mie certezze. In realtà non era amore, era un’affettuosa sopportazione intermittente.
Adesso ne ho la certezza. Sa, penso che questo virus sia una malsana psicoterapia. Una sorta di macchina della verità. Del cuore e del corpo. Ho dovuto fare amicizia, più di quanto non lo abbia fatto con lei, con le mie paure e crepe del cuore. Quelle vere, quelle che non cicatrizzano. Quelle che sanguinano e che vogliono continuare a farlo ancora. Quelle che non vogliono essere cicatrizzate ma ascoltate. Quelle che mi indicano il cammino o che dovrebbero farlo.
Lui è silente, parla troppo poco. Il suo mutismo mi trafigge. Mi offende. Mi irrita. Mi fa più paura del virus. Mi sento contaminata, inquinata, oltraggiata. Cerco di guardare oltre e altrove, ma non vedo né oltre né altrove. La calma piatta cerca di inghiottire le onde anomale della mia interiorità e creatività.
Mi sento messa a dura prova da questa convivenza forzata, da questa quarantena che a me sembra più emotiva che preventiva. So per certo che il dopo non sarà più uguale al prima, che dovrò fare i conti – questa volta davvero – con quello che di irrisolto ho dentro di me. Con quello che non ho mai voluto ascoltare, che ho tacitato e silenziato con i rumori del mondo.
Adesso che il volume del mondo si è zittito quello del mio mondo interno non ha più voglia e spazio per essere indotto al silenzio.
Questa macchina della verità che si chiama coronavirus ha rimescolato le mie false certezze e mi ha fatto inciampare in un amore di cui a stento ricordo il suo lontano sapore.
Ho capito che le mura di recinzione del mio mondo interno le ho create da sola, non c’entra il virus, e nemmeno il dover stare chiusa in casa. Sono stata io la regista della mia reclusione.
Durante questi giorni di isolamento e di solitudine forzata mi sono chiesta chi sono davvero, cosa voglio, chi voglio. La mia solitudine mi ha portata a sviluppare una dipendenza profonda da lei, non sono più abituata a convivere o coabitare con chi non la rispetta e cerca di scipparmela, come accade in strada con le nostre borse, senza offrirmi una vera compagnia. Come diceva Nietzsche, il mio punto di riferimento preferito, dopo di lei.
Sono sicura che attraverserò questo nulla infinito e sfinente e che dopo, forse grazie all’adesso, avrò il coraggio di vivere e non sopravvivere.

Le storie dei miei pazienti, le mie parole.

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