Si chiama Alfie Evans, lo chiamavano il
“Guerriero”, ma i veri guerrieri erano i suoi genitori.
Ha gli occhi neri come due ciliegie, è già pieno di tubi e di flebo, ed ha una malattia genetica rara.
Ci inchioda alle nostre coscienze e ci fa riflettere su un tema di cui non vorremmo mai occuparci: la morte.
È troppo piccolo per dover morire.
C’è chi dice che non è mai nato.
Chi dice che tanto non era vita, la sua.
Si riapre il dibattito su cosa si intenda per vita, per qualità di vita, per tenere in vita.
I giovani genitori sono sgomenti e vorrebbero aiutarlo, o almeno tentarci.
I medici inglesi si oppongono: la sua vita è diventata futile, vana, insomma, inutile. Bisogna staccare la spina.
La sua mamma che lo ha avuto nel cuore prima, in utero dopo, ed ancora dopo in braccio, muore di dolore insieme a lui.
La situazione peggiora, così, il tribunale inglese stabilisce che il piccolo Alfie Evans dovrà avere un tutore.
Un estraneo, super partis che stabilità per lui il bene ed il male, sostituendosi al volere del genitori, ritenuti non idonei a prendere decisioni adeguate.
Fermo restando che una malattia rara e degenerativa non si arresta.
Che una malattia che attacca e corrode il cervello non regredisce.
Che per adesso non ci sono cure.
Che i miracoli non sono scientificamente dimostrabili, e rari anche loro come la malattia del piccolo.
Mi chiedo, con quale diritto il Tribunale, praticamente un ente senza cuore e senza figli, si veste di autorità e decide al posto dei genitori?
Un genitore può sbagliare, ma ogni sbaglio è figlio di un gesto di amore estremo, e nessuno può amare più intensamente di chi ha dato la vita al proprio bambino, smettendo di vivere anche lui, quando il piccolo non ci sarà più.
Ieri notte alle due, il piccolo Guerriero ha smesso di vivere ed ha sollevato tutti dalle diatribe e dalle scelte.
“Veglio su di te, io sono il tuo guerriero”, cantava Marco Mengoni.
Penso che questo piccolo sarà un angelo custode per i suoi poveri genitori.