Questa è la triste storia di un piccolo profugo, orfano di genitori vivi.
Un maglioncino di lana, tanta amarezza e altrettanta consapevolezza, nessuno zainetto con oggetti personali, angosce o emozioni, come per i figli dei genitori separati. Soltanto otto anni e un rifiuto primario e cocente.
Un bambino, un piccolo rom, è stato trovato dai vigili di Torino, mentre vagava da solo al buio e al freddo, alle porte di Carmagnola. La madre ha smesso di occuparsi di lui e lo ha letteralmente e concretamente buttato in strada.
Quando gli è stato chiesto cosa ci facesse lì, il bambino ha risposto candidamente che la madre non lo voleva più perché aveva iniziato un’altra vita con un nuovo compagno, in una nuova roulotte.
Per lui non c’era più posto, né nella vita né nella roulotte di questa donna.
Una donna, rom, senza radici e senza terra, ma pur sempre una madre, rinnega il proprio sangue e prosegue nel suo cammino da donna single, immune da senso del dovere e dal senso di colpa.
Il bambino parla di una madre buona, la nonna, e di una madre cattiva, la madre.
Il suo racconto ricorda il seno buono e il senso cattivo di cui parla la Klain, psicoanalista, quando ci descrive il funzionamento psichico del neonato.
Il piccolo per sopravvivere al dolore del rifiuto, ha riposto l’amore e l’accoglienza nella figura della nonna paterna, e il non amore e il rifiuto nella madre. Scindendo le sue istanze.
Questa è una di quelle storie con un parziale lieto fine, dalla quale non rimane niente se non sgomento e rabbia.
L’identificazione nel bambino strappa via un pezzo di cuore e non aiuta a trovare nessuna soluzione riparativa, con la madre, immagino, che risulti impossibile a tutti.
A quanto pare maternità non fa sempre rima con responsabilità.
Fonte: La Stampa