Fare il pane è un rituale lento e amorevole. Prevede pazienza, capacità d’attesa, una buona dose di manualità e bravura, e uno sguardo verso il futuro: in attesa che lieviti.
Una mia dolcissima paziente, grazie ad un abbraccio diagnostico di tanti professionisti, ha scoperto di non poter più mangiare alcuni alimenti, che da cibi per la cura del palato, del corpo e dell’umore si sono trasformati in cibi dispensatori di tossine multiple (Se succedesse a me con il cioccolato penso che mi mancherebbe il respiro!).
Così, dopo un periodo, non troppo lungo, fatto di rinunce e di addio al gusto, per di più senza Covid, si è rimboccata le maniche e si è trasformata in cuoca. E anche provetta.
Studia, osserva, fa corsi di cucina online, impara, sperimenta senza paura del nuovo e dell’estraneo.
Litiga con il lievito, lo imbroglia con affetto e lo porta a dare il meglio di sé, senza esagerare.
Informa, e sforna meraviglie.
Questa storia che ha abitato di buon mattino il mio studio odora di pane e di buono. Di strategie e di resilienza. Di coraggio e di tenacia. Di strappi e di riparazione.
Le foto del pane che mi ha mostrato con materno orgoglio – bello e tanto, di tutte le forme possibili e immaginabili – mi ha scaldato il cuore, non per il pane in sé ma per la storia di vita della mia paziente.
Ha imparato a sfamare sé stessa da sola, senza dipendenza affettiva o ricatti e trappole dell’inconscio, senza indurirsi dietro e dentro una crosta dura e difensiva.
Ha saputo trasformare, anche questa volta, il danno in dono.
E gli ingredienti sparsi in pane.

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