Con il termine patria potestà si intende la potestà attribuita al padre di proteggere, accudire, educare un figlio minore e curarne gli interessi, talvolta, oltre i propri.
La potestà genitoriale non è un possesso, può anche essere revocata, e la revoca andrebbe inghiottita come un boccone amaro, in religioso silenzio, corredata da un approfondito esame di coscienza.
La paternità, inoltre, non fa sempre rima con responsabilità.
Un genitore, che gli piaccia o no, ha l’obbligo di amare.
Come può, con il suo linguaggio fatto di gesti, di parole e di silenzi.
Un amore scaldato da un’alternanza di presenza e assenza, di giusta distanza e, quando serve, di uscita di scena.
Un genitore non può smettere di amare, mai, nemmeno quando la disperazione supera l’emozione.
Nemmeno quando l’affido diventa esclusivo e lui viene spodestato dal ruolo di custode a giorni alterni.
A Taranto, un padre a seguito della separazione dall’ex moglie e della revoca della patria potestà, getta la figlia di sei anni dal balcone e accoltella l’altro figlio.
La piccola pazientina è in uno stato stazionario di gravità e, se mai dovesse farcela, dovrà fare i conti con lo strazio più atroce: il dopo.
Le ferite e le fratture lasceranno il posto a quelle invisibili e indelebili dell’anima che la obbligheranno a indossare una corazza di cinismo e di diffidenza cronica, unitamente alla remota possibilità di rimettere insieme i cocci per tentare di amare ed essere amata ancora.
Immagino che il padre, nella sua lucida follia, abbia avuto la sensazione che la legge avversa abbia esercitato un abuso di potere, così, lui ha agito un suo presunto diritto: né con me, né senza di me.
Mi chiedo come farà un giorno la bambina – se mai dovesse sopravvivere – a comprendere le motivazioni che hanno spinto suo padre a tentare di ucciderla soltanto perché non poteva averla tutta per sé a giorni alterni?
È un paradosso troppo grande anche per noi adulti.
Fonte: Tgcom 24