Non una. Non due. Bensì quattro, e anche color oro. La mia piccola, che piccola non è più, unitamente alla sua squadra, ha vinto le gare di nuoto sincronizzato.
Passando dalle regionali alle nazionali, attraversando la Sicilia e l’Italia, sfidando la fatica e l’adolescenza.
Il nuoto sincronizzato è una disciplina molto severa, così come sono severe le allenatrici, che diventano però educatrici, punti di riferimento, zattere di galleggiamento, punti di riferimento emotivo.
Le allenatrici indossano, talvolta, i panni delle regole, altre volte del conforto, altre ancora, supportano e sopportano le esuberanze di anarchiche adolescenti.
Il sincro è una magia. Per chi lo pratica e per chi lo guarda.
Le nuotatrici, delle vere guerriere travestire da sirene della piscina, volteggiano a pelo d’acqua, fuori dall’acqua, sotto l’acqua, tenendo lo spettatore inchiodato alle loro bravure, e regalando massicce dosi di emozioni e nodi alla gola.
Mentre faticano, e anche tanto, sorridono. E mentre sembrano essere leggiadre e spensierate, cullate dalla musica, nessuno perde di vista l’altra.
Abitanti, tutte, di questo microcosmo che è la loro squadra.
In acqua, come nella vita, questo sport – come tutti gli sport fatti con costanza e serietà – insegna a spostare i limiti della fatica.
A credere in sé stessi. A fare squadra.
Al rispetto e al supporto.
E quando le acque si fanno tempestose, anche e soprattutto nella vita e in amore, l’amor proprio e l’autostima rimangono le uniche boe di galleggiamento.