Quando muore un nonno (o una nonna), un pezzetto delle nostre radici va via insieme a lui. Il nonno è colui che insegna vivendo.
Che ama a dismisura, senza dossi o rallentatori. Che non si risparmia e si dona. Colui che regala ricordi olfattivi e guattivi indelebili. Che cresce un figlio e poi un nipote, o due figli e più nipoti. Che educa i primi e vizia i secondi, felicemente deresponsabilizzato dalla fatica da ruolo educativo.
È colui che zappa, che pianta un seme insieme al nipote aspettando che cresca, mentre i suoi insegnamenti germogliano in lui.
È colui che recita detti e proverbi del suo dialetto e della sua cultura, quegli insegnanti che si possono raccontare e tramandare soltanto con quelle immagini sonore.
È colui che impasta la pizza e insegna che l’attesa è il miglior lievito che ci sia, e che la cura vince sulla fretta e sul non amore.
Un nonno è colui che tiene i nipoti quando il figlio o la figlia lavora e spera di conseguire quella promozione o ricevere quell’incarico tanto agognato. È colui al quale lasciamo i nostri figli senza ansia e senza paura, sapendo che dopo rincaseranno con un tassello emotivo e cognitivo in più di quando glieli abbiamo consegnati.
È colui che regala una busta quando cade un dentino, e risparmia per aiutare figli e nipoti.
È colui che vedi in te e in tuo figlio che abita in te.
Nel faticoso cammino del trigenerazionale, le tre vite, nella migliore delle ipotesi, crescono amorevolmente intrecciate tra di loro, tra passato e futuro, senza strappi e senza lacerazioni. Nella peggiore, le riparazioni postume diventano più belle degli strappi.
Poi, un giorno, arriva una pandemia e te lo strappa via.
Un maledetto virus si insinua nelle sue narici e nei nostri cuori, gli impedisce di respirare e un ospedale diventa la sua casa.
Così ti chiedi se in quel luogo di cura sanno cosa gli piace mangiare, se il pollo in brodo o le sue verdure preferite, se conoscono le sue paure e i suoi bisogni.
Se lo aiutano a respirare per riconsegnarlo alla sua tua vita e alla nostra. Se gli è permesso usare un cellulare per telefonare, se gli fanno vedere i suoi nipoti, se la nostra voce lo può accarezzare dallo schermo del nostro cellulare.
Non puoi fare altro che sperare e aspettare. Se credi, anche pregare.
Poi, un giorno o una notte, il telefono squilla e ti dicono che tuo padre, tuo nonno, il nonno dei tuoi bambini, il marito di tua nonna, il padre di tuo marito, non c’è più.
Ti dicono che ha smesso di respirare e anche di soffrire. Chiuso nella bara col pigiama che aveva indosso, stropicciato e usato, non ha potuto indossare il suo vestito preferito.
Non ha salutato i suoi cari, e nessuno ha tenuto la sua mano dentro un’altra mano. Nessuno gli ha raccomandato di non avere paura e che sarebbe stato amato anche dopo. Altrove. Sempre e per sempre.
Nessun prete gli ha detto addio, e nessun fiore è stato adagiato sulla sua tomba. La sua foto preferita, quella con il suo sorriso migliore e lo sguardo di chi vede oltre, non è stata messa sulla sua tomba per rappresentarlo al meglio, e nessuna lacrima ha potuto innaffiare quel lutto e quella bara.
Accade tutto, così, in silenzio. Senza fronzoli, senza necessità. All’improvviso.
Il tempo dell’essenziale si è impossessato di noi e della morte dei nostri cari, senza nemmeno chiederci il permesso.

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