Il caffè di Massimo Gramellini di qualche giorno addietro racconta dell’indignazione di un passeggero che, a causa di una sua svista, ha sbagliato volo ed è atterrato in una città non prevista dal suo piano voli.
Questo pezzo mi è rimasto dentro a lungo, anzi, appiccicato addosso, e non riuscivo a capire il perché.
Si era incastrato con le storie di vita dei miei pazienti – non per forza passeggeri di un volo, ma passeggeri della loro vita – risuonava con la vita dei miei conoscenti e cari e con la mia, di vita.
Così, ho cercato di capire un po’ di più di questo guazzabuglio emotivo che continuava a farmi compagnia, e ho messo a fuoco che si trattava di una paura.
Il passeggero, a torto o ragione, vittima o carnefice, arrogante o monigerato, credo che abbia vissuto sulla sue pelle la paura più grande che fa compagnia a tanti di noi: perdere il controllo.
Il controllo della nostra vita, di una scelta sbagliata o di un volo sbagliato, delle emozioni, di un amore e per amore.
Un amore all’improvviso, per esempio, esattamente come un acquazzone tropicale, spaventa e confonde. Ci fa camminare in bilico tra le linee guida della ragione e gli strattoni del cuore.
La virulenza di un amore fa emergere, potente e prepotente, la paura di perdere il controllo, di smarrire il proprio baricentro psichico, e di essere abbandonati.
La sensazione che un volo, preceduto da mille controlli e capitanato da un comandante, quindi nell’immaginario collettivo infallibile, possa farci smarrire ha slatentizzato le angosce più profonde.
Del passeggero e nostre.

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