“Ti ameremo per sempre, Luigi”.
Con questa frase breve, carica d’amore e di strazio, due genitori abbandonano il loro neonato in prossimità di una chiesa nella speranza che qualcuno lo adotti e lo porti con sé.
Luigi è rimasto da solo, per qualche istante, in pericolo e al riparo dentro la sua culla, in attesa che si accorgessero di lui. I genitori sono stati attenti a tutto: hanno fatto si che il bambino non rimanesse da solo a lungo, che non avesse paura, che non avesse freddo, che lo trovassero subito.
Questa storia straziante e piena di incognite o di verità taciute da la dimensione del livello di miseria e di stenti in cui molti italiani si trovano. Due genitori che hanno dato alla luce un bambino si vedono costretti ad abbandonarlo perché, probabilmente, non possono accudirlo e non possono garantirgli un futuro dignitoso.
La madre non ha abortito, l’ha tenuto in grembo, lo ha visto in ecografia, lo ha sentito muovere in pancia e poi lo ha attaccato al seno, gli ha fatto il primo bagnetto, lo ha stretto a sé, lo ha guardato negli occhi e nel cuore e lo ha consegnato a una culla termica di una chiesa e a un destino migliore. Occhi che immagino non dimenticherà mai più per il resto della sua vita.
Siamo abituati a credere che per amore, in nome dell’amore, si debba lottare anche contro il fato avverso. Anche per egoismo, narcisismo, egocentrismo. Abbiamo sempre creduto che un amore intubato con il respiratore artificiale debba rimanere in vita, e che una persona cara malata terminale debba essere tenuta in (non) vita consegnandola a un destino di dolore e ricadute. E che un figlio, l’amore più grande che ci possa essere, debba rimanere con i genitori anche quando questi non possono occuparsene.
Siamo abituati all’accanimento, al possesso dell’altro per tenere a noi quello che starebbe meglio senza di noi.
In quella culla senza storia e senza passato, Luigi dorme in direzione futuro. Ha con sé una tutina a righe, un ciuccio e in dote la memoria del cuore di due genitori che per amore hanno rinunciato a lui rinunciando a loro stessi.
È proprio vero che talvolta amare significa lasciare andare.

Fonte: La Stampa

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