Capita spesso che nel labirinto delle relazioni, il confine tra il desiderio di riscatto e la trappola del ricatto affettivo diventi labile e confusivo.
Utilizzare l’amore come merce di scambio fa tanto male quanto non riceverne.
Nella nebbia della confusione e del disagio, chi sceglie di usare l’amore come riscatto ma in realtà ricatta, si sente una vittima sacrificale pur agendo come un boia.
Il carceriere richiede costantemente giustizia per un prigioniero che in fondo non ha mai catturato: il cuore di chi pensa di amare.
Un amore per nascere, crescere e non schiantarsi contro il muro del ricatto affettivo non può stare sotto assedio ma deve respirare a pieni polmoni aria e luce.
“Dopo tutto quello che ho fatto per te!” è la classica frase-mantra-coltello che ricorda e si fa ripasso per il partner, che chiede un riscatto affettivo ricattando, e che viene utilizzata stabilmente almeno tre volte alla settimana.
Il vero riscatto per i traumi subiti, per i torti o i danni del passato, per il non amore delle figure genitoriali o altro non arriva mai dall’esterno.
Tantomeno da quel povero partner promosso o declassato a salvatore.
Non è l’altro che deve ripagare, riparare o sanare le crepe, ma è chi soffre che deve mettersi in cammino verso la reale guarigione.
Il partner sofferente che si crede vittima ma che in realtà è carnefice, dovrebbe, inoltre, smettere di far sentire l’altro un credito cronico e inesigibile.
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