Nel complesso viaggio della vita, molte cose, a volte le più importanti, si vedono con le orecchie. In quell’affascinante viaggio da fermi. Altre con le mani e con i sensi, accarezzando e facendosi accarezzare. Altre ancora, le più banali, con la vista. Il senso più impertinente e giudicante che si sia.
Chi frequenta l’ascolto o lo promuove a compagno di vita, per lavoro, per amore o per diletto, impara ad ascoltare a occhi chiusi e a cuore aperto. Anche a distanza. Anche senza sentirsi obbligato a dover parlare, rispondere, interagire.
L’ascolto non è figlio di un dialogo di parole, ma è una danza di fiati e di cuore, di parole che si intrecciano con le emozioni. Di chi parla e di chi ascolta. Di chi le tira fuori e sceglie di condividerle, e di chi le riceve in dono. Quando si ama o si cura, l’ascolto dell’altro si fa viaggio.
Un itinerario sonoro fatto di soste, di rotatorie e di rispetto delle rispettive bolle prossemiche. Di chi parla, che solitamente si racconta per gradi, e di chi ascolta, che solitamente ha uno spazio interno generoso, ma non infinito.
Nella danza dell’ascolto il cuore ha un ruolo fondamentale: sente l’invisibile, il silente, l’irraggiungibile.
Decodifica, accoglie, tiene a sé e trasforma il sentire dell’altro unitamente al proprio.
Le parole diventano passi e ponti, uniscono gli strappi e sanano le ferite; tengono per mano e conducono in territori emotivi inesplorati, verso un ulteriore ascolto interiore, profondo e necessario.
Le parole, quelle che curano, che accarezzano e che ascoltano, rappresentano il punto di sutura tra ciò che si è frantumato e la sua possibilità di riparazione.
Nello spazio di un ascolto abita l’intimità, quella vera, senza vista ma con tanto cuore.

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