Quello che i social non dicono

Ieri sera, mia figlia, guardava un video di Fedez – ormai fa parte della famiglia! – tramite il quale si complimentava con la moglie, ovviamente online, perché si è aggiudicata il terzo posto, credo, tra le donne più influenti del pianeta.
O che influenzano, forse sono due cose diverse.
Un mondo fatto di apparenza, più che di sostanza. Fatto di immagini, più che di parole. Fatto di oggetti costosi e tecnologici, al posto di abbracci e condivisone vera.
Come si fa a spiegare a una figlia che da qui a breve dovrà scegliere cosa fare da grande, che postare non è un lavoro?
Che studiare con fatica e impegno è un investimento più redditizio dell’indossare una borsa griffata e postarla online?
Che la laurea vale più dei follower?
Un lavoro da adulti, per una vita adulta, ha bisogno di tanti sorrisi, di gentilezza e di empatia, che sono ben altra cosa delle foto finte dei social.
Di intelligenza e di umiltà, esattamente il contro altre dell’ostentazione mediatica.
Da mamma mi sentirei di dire a mia figlia di abbracciare le sue debolezze, di volergli bene e di farle diventare la sua arma vincente.
Quelle che ha solo lei!
Ma il messaggio mediatico è ben altro.
Posta, posta, posta.
Bellezza, perfezione, nudità. Anche dell’anima.
E io correrei il rischio di finire schiantata contro un muro, come il grillo parlante di Pinocchio.
Come si fa a parlare di ricchezza interiore in un mondo di immagini?
Vorrei dirle di essere, più che di apparire.
Perché un corpo bello ma vuoto, un sorriso con delle belle labbra ma fatuo, una posa sexy ma imitata, traferisce un senso di falsità.
Un precariato dell’identità che, ci piaccia o no, si forma e si consolida istante dopo anno.
Con o senza noi genitori.
Il successo, quello vero, non chimerico ed effimero, è frutto di impegno, di fatica, di gioia ed entusiasmo. Per avere successo, bisogna stare bene con se stessi, e capire cosa ci piace e cosa no.
Poi c’è la beneficienza, quella che scalda il cuore; fare del bene agli altri che fa del bene a noi.
Il privilegio di esserci, di contribuire, di essere utili.
E poi ci sono gli animali, con il loro grande amore e la loro immensa dignità.
Non quelli infiocchettati dei social, o quelli che si trovano come dono sotto l’albero da abbandonare ad Agosto, ma quelli che abitano i canili, il ciglio della strada, le cucciolate impreviste o infedeli.
La felicità è un bene, e ha un valore inestimabile, più di un conto corrente ben nutrito o una borsa Chanel.
Come si fa a dire ai nostri ragazzi di studiare per un futuro che vedono lontano, e remare contro il canto delle sirene del web?
Un futuro lavorativo fatto di quoziente intellettivo, simpatia ed empatia, strategie comunicative e umiltà.
Con la speranza di trovare un lavoro che emozioni, che inebri, che incanti, per inebriare, incantare e le emozionare a loro volta.
Come si fa a insegnare che l’autenticità è un valore, quando i social li vogliono belli e ostentatamente felici?
L’onestà e la correttezza sembrano più una disabilità che dei pregi; emozionarsi ed essere generosi e contro vento, anche.
Una mamma confusa.

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