Solitamente scrivo meglio quando devo fare ordine tra le mie emozioni e i miei pensieri. Quando vengo rapita da un’urgenza emotiva che chiede udienza senza possibilità di essere procrastinata.
Quando sto male o quando rifletto sull’amore. Quando intercetto la sofferenza altrui e la faccio mia. Quando curo. Quando mi inarpico tra introspezioni e voragini dell’inconscio. Altrui e mio.
Oggi scrivo perché sto bene.
Perché ho assaporato un sorso di felicità, e più morsi di cioccolato. E l’uno potenzia l’altra.
Rientro da Torino, città magica e particolarmente luminosa e verde. Abbracciata dalle sue Alpi, sontuose e avvolgenti, che le regalano una veste austera e raffinata.
Ho risposto ai lettori della mia neonata rubrica sull’Amore su La Stampa.
Parlare d’amore, delle sue dolci seduzioni e atroci sofferenze mi fa sentire una privilegiata.
Quando un lettore – un paziente o una coppia -,mi regala la possibilità di accedere al suo cuore, mi apre un varco invisibile da percorrere con cura.
Mi metto in cammino, con garbo e cautela, seguo i suoi segnali stradali, tra vicoli ciechi e strade impervie.
Alcune strade sono buie, e non sempre e non subito è utile accendere la luce della verità.
Seguono stop improvvisi, davanti ai quali bisogna fermarsi: loro e io.
Continuo, seguo il cammino che porta al cuore e incontro rotatorie che sono obbligata a circumnavigare, unitamente ai meccanismi di difesa della psiche.
Mi devo muovere con gentilezza e grandi quote di pazienza, tra capacità d’attesa e giusta distanza dal mondo dell’altro.
Cammin facendo, incontro altre strade, alcune a scorrimento veloce, altre lente e scomposte, con corsie preferenziali, dove si può inciampare in ansie e paure che sfrecciano senza patente. Anarchiche, aggressive e regressive.
E zone ZTL del cuore, dentro le quali nessuno può sostare o pascolare, talvolta, nemmeno i legittimi proprietari.
Ringrazio La Stampa per l’ospitalità e il dr. Cerutti per la professionalità.