La prima fase della pandemia ci ha lasciati basiti. Non eravamo preparati per una tale sciagura. Eravamo increduli ed esili. Piccoli e fragili dinanzi a un mostro invisibile ma tangibile che mieteva vittime senza mostrare nessun segno di resa. Non avevamo armi né soluzioni, dovevano soltanto uscire di scena dalle nostre vite.
Ci siamo rintanati in casa, abbiamo fatto il pane, ci siamo stretti ai nostri familiari e abbiamo sentito la mancanza di quelli lontani. Ci siamo inventati lavori online per rimanere in contatto e in salute. Abbiamo riempito i nostri carrelli di spesa come se non ci fosse un domani: come se stesse per scoppiare una guerra. Abbiamo fatto incetta di mascherine, e abbiamo aspettato.
Abbiamo contato i contagiati, gli infettati, gli intubati e i morti. Tanti morti. Siamo stati fedeli alle autocertificazioni, mossi dalla speranza che prima o poi sarebbe passato, che saremmo venuti fuori dalla tempesta.
Pazienti e impazienti, spazientiti e oltraggiati, abbiamo aspettato, obbedienti e ligi alle regole restrittive che ci erano state imposte.
Abbiamo scavalcato la fase tre e siamo giunti alla stagione calda che sembrava aver lavato via ogni macchia e ogni paura lasciando pericolosamente spazio alla dimensione vacanziera e gaudente di ognuno di noi.
Avevamo bisogno di recuperare, di aria e di sole. Di congiunti e di disgiunti. Di sentirci normali.
Siamo giunti in settembre credendo che la preannunciata ricaduta a noi non sarebbe accaduta. Così, tra un pensiero scaramantico e un altro, tra rimozione e negazione della realtà – due potenti meccanismi di difesa della psiche – abbiamo timidamente tentato di fare progetti. Di riprendere il nostro lavoro, i nostri sogni avvolti nell’attesa e parcheggiati in un cassetto, e ci siamo messi in cammino verso la vita.
Ed ecco che una violenta ricaduta si abbatte su di noi. Come sempre accade, ogni ricaduta è peggiore dell’esordio di malattia.
Quando un paziente viene in studio con una problematica è spaventato e motivato, speranzoso e incredulo, ma coraggiosamente intraprende la strada in salita verso la risoluzione del suo disagio. Quando scappa via prima che la guarigione sia avvenuta e si sia stabilizzata, solitamente, va incontro a una ricaduta; e come sempre è peggiore dell’esordio della malattia.
Non se l’aspettava, non era previsto. Il paziente stanco e affranto da così tanta sofferenza non ha più energie necessarie per rimettersi in cammino, non trova le risorse. Non ce la fa proprio più.
Adesso anche noi, come i miei pazienti, siamo in preda alla ricaduta e siamo sprovvisti di energie per affrontare (nuovamente) quello che già conosciamo, con il peso dell’incognita che grava sulle nostre teste e sui nostri cuori come una spada di Damocle ubriaca.
Abbiamo la sensazione di essere ripiombati nel dramma della limitazione della nostra libertà, oltraggiati dal subliminale messaggio che ci obbliga a scegliere tra la salute e la povertà, e che ci inchioda alla nostra presunta irresponsabilità.
Sembriamo essere stati inghiottiti da un eterno presente, con un passato che minaccia e che ritorna e un futuro sbiadito e appassito.
Tra colpe e colpevolizzazioni, anche questa volta andremo avanti.
Sceglieremo parole e gesti con bontà, gentilezza e necessità. Soltanto così, anche noi e anche questa volta, imboccheremo la strada direzione futuro.

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