Caffè ed email. Pranzo al telefono.
Chat e stress cronico. C’è chi cammina con un auricolare senza fili incorporato, stabilmente posizionato in un orecchio, che stia parlando o meno.
Chi ha il cellulare come se fosse un bracciale, anzi un orologio, anzi una manetta.
Chi prosegue la telefonata mentre attraversa, paga alla cassa, parla con te.
Lo stesso modus operandi dei parlatori onnivori si può estendere ai chattatori compulsivi.
In realtà, oggi, siamo tutti compulsivi. Sempre di corsa. Agitati e frenetici. In perenne overdose da social e da smartphone, ammanettati all’urgenza da istantaneità.
Le chat hanno azzerato l’attesa, obbligandoci, tra doppie spunte e ultimi accessi, all’immediatezza della risposta.
All’esserci sempre.
Se visualizzi devi rispondere, se la doppia spunta diventa blu ti senti quasi a disagio dal prendere tempo, dall’ultimare quello che stavi facendo perché vieni rapito dall’urgenza dell’esserci. Immediatamente. Urgentemente. In ogni momento della tua giornata.
Abbiamo imparato a demonizzare l’attesa e a nutrire l’ansia.
La parola più scritta di questi ultimi tempi sembra essere “scusa”.
Scusa se ti scrivo in ritardo. Scusa se non ti ho risposto subito. Scusa se ho visualizzato e non ho risposto. Scusa, ero a lavoro. Scusa, ti richiamo.
Fare e sentire sembrano non poter coabitare all’interno dello stesso momento. Così, se scriviamo non sentiamo, se parliamo non siamo presenti al nostro agire. A meno che non impariamo a funzionare in maniera multitasking, modalità apparente utile, che compromette la profondità del sentire e del fare.
Quest’ultimo si sostituisce sempre di più al sentire, le chat e le azioni alle emozioni, deriva che ci candidati tutti a una vera alexitimia del vivere.
Spegnere il cellulare, almeno ogni tanto, diventa un gesto sovversivo, una modalità per riprendere in mano la regia del nostro quotidiano.
Buona disconnessione a tutti!