Mi sembra una frase dal grande fascino. Purtroppo in disuso. Siamo soliti scusarci del ritardo, di una gaffe, di uno sgambetto relazionale, ma non del rumore.
Del nostro rumore sugli altri.
Cellulari che perforano i timpani. Suonerie che disturbano con le loro più svariate melodie, più o meno di cattivo gusto. Passanti che con protesi alle orecchie incorporate passeggiano e urlano come se non ci fosse un modo, e per di più abitato, attorno a loro.
Urlatori e chattatori compulsivi, ostinatamente rumorosi.
Il cicaleccio delle notifiche: dal fischio che ricorda quello del posteggiatore abusivo, alla colonna sonora di qualche film, sino ad arrivare al suono di una sirena.
Per non parlare dei messaggi vocali.
Un’oscenità contemporanea.
Chiunque, dai perfetti sconosciuti ai parzialmente conosciti, da chi ha la voce calda e suadente a chi la ha dialettale e stridente, prende il tuo numero e pensa di raggiungerti in ogni dove.
Chi ama i messaggi vocali, li utilizza come se calcasse un palcoscenico con un microfono in mano. Un momento indisturbato di gloria.
Un ennesimo trionfo di narcisismo e cattivo gusto.
Messaggi vocali lunghissimi che ti imbarazza ascoltare perché sei in compagnia, stai lavorando, non puoi, non vuoi.
Non tutti i suoni sono musica per le nostre orecchie, e nemmeno tutte le voci.
Anzi, alcuni, suoni e voci, sono davvero delle coltellate per i nostri poveri timpani.
Per scusarci del nostro rumore sugli altri, bisognerebbe prima averne coscienza.
Impresa non facile.