Si chiamava Gianna. Era mia nonna.
Mancavano sei mesi ai suoi cento anni quando si è trasferita altrove per non lasciarci mai più e abitare i nostri cuori a tempo indeterminato.
In silenzio, senza darci disturbo, come era suo solito fare. Era una donna di poche parole ma di tanti fatti. Simpatica e presente, amava la cura e il prendersi cura. Era la mamma di mio papà, e “aveva il mio stesso cognome”.
Era saggia e operosa. Autorevole e dolcissima. Aveva due occhi scuri luminosi e profondi, li usava per scrutare e accarezzare, abbracciare e ridere.
Era sua abitudine ridere con i suoi occhi scuri, certi sorrisi indimenticabili: più sonori di mille smorfie. Aveva attraversato due guerre, cresciuto tre figli e due nipoti. Con intelligenza, con amore e discrezione. Aveva amato un solo uomo per tutta la sua vita, e anche dopo, nella successiva.
È stata la mia prima volta. La mia prima salsa. La mia prima pizza.I miei primi biscotti. Il mio primo uncinetto. Il mio primo saggio di danza classica, il mio primo tutù di tulle rosa. L’ascolto del mio primo bacio.
Amava sperimentare e creare: nelle sue mani il nulla diventava tutto. Uno straccio si trasformava in un vestito e dei rimasugli in una pietanza senza precedenti.
Il tintinnio della sua macchina da cucire ha fatto da colonna sonora alle mie ultime materie universitarie. Mi trasferiva serenità e accoglienza. Era curiosa: ascoltava e imparava. Tutto, anche l’impensabile.
Con lei tutto era possibile. Guardava il cielo e credeva nelle stelle cadenti e nei sogni. Nella forza di volontà e nella tenacia. Raccontava fiabe e storie. Le più belle erano quelle che riguardavano la sua vita e quella vita dei suoi cari intersecate alla sua.
Era una guerriera d’altri tempi.Lungimirante e stratega aveva sempre una buona parola per tutti; mossa da una profonda saggezza vedeva con il cuore quello che non era possibile vedere con gli occhi, sentiva quello che non si poteva capire con la ragione. Adesso come per una sorta automatismo comportamentale e del cuore, lento e silente, mi ritrovo tra i fornelli o ad armeggiare con i ferri e l’uncinetto e mi sento lei.
Lei che non buttava via niente. Lei che trasformava il pane raffermo in una pizza e la pasta del girono prima in una buonissima frittata, il cui profumo mai smarrito dalla memoria del cuore mi riporta laggiù, nelle terre dell’infanzia. Lei che osservava e pensava.Lei che amava vestirsi bene anche rimanendo in casa e che si curava come se stesse per andare a teatro. Lei che quando si svestiva prima di andare a dormire, lasciava i vestiti ordinatamente piegati sulla sedia accanto al suo letto, perché, avendo vissuto guerre e tanti terremoti, conosceva la fretta e la furia con cui bisognava vestirsi per scappare di casa, anche di notte. All’improvviso. E bisognava essere pronti, ordinati, adeguatamente vestiti anche nella paura. Lei che ha insegnato vivendo. Che ha amato tanto senza mai risparmiarsi. Che ha accarezzato e abbracciato.
Che ha riparato il mio cuore da adolescente più volte infranto con crema pasticciera e silenzio, con ciambelle e racconti, con nutella e sorrisi. Lei che ha conosciuto guerre, fame e quarantene, e che mai si è scompaginata o piegata ai duri colpi della vita. In questo gioco delle parti, spero di traferire quest’eredità d’affetti al mio amore più grande: mia figlia.
Quando era piccola, amava chiamarla “nonna Briciolina”.
In realtà, era piccola come una briciola ma dal cuore immenso e un’anima gigante. Un cuore senza recinzioni e senza ostacoli. Sono stata fortunata ad amarla, per un tempo così lungo ma così tanto attuale.

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