Sindrome di Penelope. Quando l’attesa si fa presenza

Romanticamente attuale, la figura di Penelope incarna una donna, che potrebbe essere anche un uomo, che sceglie di aspettare. Indossa l’attendismo come scelta di vita o come meccanismo di fuga dall’amore e dalla felicità. Una donna sola, che di giorno tesse e di notte disfa il suo operato, fedele amante dell’attesa. Della solitudine. Del vuoto che si fa pieno. I meccanismi di difesa della psiche fanno da padroni: ammanettano alla rinuncia e condiscono il tutto con una buona dose di paura.
La donna-Penelope, intrappolata ai ricordi, non si incammina verso un possibile futuro, ma nutre il vuoto, lo concima con amore e dedizione facendo diventare il suo lutto un lutto cronico e patologico. La paura di amare ancora e di non amare mai più diventano le due stampelle su cui questa donna poggia la sua vita. Inizia a non poterne più fare a meno, pur zoppicando.
Insorgono i sintomi, l’angoscia e la sofferenza. Le malattie autoimmuni, tenute imbavagliate dalla pregressa felicità, bussano alla porta del corpo e del cuore; e niente e nessuno le può imbavagliare o fare retrocedere.
Ci sono malattie che portano alla solitudine, e solitudini che portano alla malattia.
In ogni caso, l’amore rimane l’unica cura per le malattie, e la sua assenza la causa di tante malattie.

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