Covid 19. Lockdown. Quarantena. Paziente zero. Paziente uno. Codogno. Fase uno. Fare due. Autocertificazione. Distanziamento sociale. Lavarsi le mani. Amuchina. Mascherina. Guanti. Plexiglas. Congiunti. Virologi. No mask. No app. No vax.
Non so voi, ma io non ne posso più!
Se sino a qualche settimana addietro al rintocco dell’orologio della mia cucina, allo scattare delle venti, mi catapultavo con ansia e apprensione davanti la televisione in attesa di notizie, bollettini vari e novità scientifiche, adesso rimango comodamente in cucina a sbocconcellare quello che mi capita pur di non andare in soggiorno.
Avverto una sorta di repulsione mista a incredulità. Mi sembra di ascoltare una comunicazione infarcita di tutto e di niente, di ansia e di coraggio, di prescrizione della prudenza e del ripartiamo tutti, del virus che diventa più buono e cambia come cambiava l’autocertificazione mutante, e del ci sterminerà in autunno.
Anziani e bambini separati e protetti gli uni dagli altri, genitori in panne: senza lavoro o con il lavoro e con i figli da lasciare non si sa bene a chi.
Mare si, mare no. Congiunti si, amanti no. Calcio si, scuola forse. Il virus sparisce dalle superfici e al contempo resiste appiccicato al cartone e un po’ meno alla plastica.
Da amante della scrittura una delle figure retoriche che mi piacciono di più è l’ossimoro. L’ossimoro deriva dal greco oxýmoros che significa acuto e morós che invece significa stupido.
Quindi, acutamente stupido.
Chi ama stupire con le parole lo usa spesso, e durante i corsi di scrittura creativa una lezione sul suo utilizzo non ce la leva nessuno.
In realtà l’ossimoro è l’accostamento paradossale di termini antitetici, diversi tra di loro, che esprimono concetti contrari e che si contraddicono, regalando uno stupore estremo nel lettore, e catturandolo. (Esempi: buio che acceca, brivido caldo, silenzio rumoroso).
Ecco, la gestione di questa pandemia mi sembra un gigantesco ossimoro.
 

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