La mia famiglia mi aveva sempre detto: “ma chi te lo fa fare?”
Le loro parole mi risuonano in mente come delle lame sotto pelle.
Il loro ragionamento fatto di tanta mente e poco cuore aveva la sua logica che però non collimava con la mia. Non potevo, secondo loro, immaginare di vivere il resto della mia vita con un uomo non vedente.
Che loro chiamavano cieco. Ai più sembrava pietà, compassione, commiserazione.
Io, invece, mi sentivo una privilegiata. Quest’uomo, il mio uomo, mi aveva incontrata durante un cammino impervio di solitudine e di cupa depressione.
Nonostante io fossi la vedente non vedevo il sole. Lui, da non vedente, lo vedeva bene. Nonostante io vedessi i cibi più coreografati e più speziati, non riuscivo a sentirne l’odore prima e il sapore dopo.
Lui, dal suo buio, con il suo meraviglioso olfatto, mi raccontava il cibo e aveva la grande capacità di farmelo vedere, annusare e assaporare.
Nonostante lui fosse al buio, aveva la luce dentro che lo orientava nel mondo e in sé stesso.
Io, invece, vivevo intrappolata nel buio più buio, talmente profondo da bloccarmi il cammino.
Ero nata bella, sana, vedente, baciata dalla fortuna.
Lui non aveva mai visto e mai vedrà, era nato al buio, e nel buio si muoveva con maestria.
Non era in trappola, lui era libero.
Lui mi accarezzava come nessun uomo aveva mai fatto nella mia vita. Conosceva ogni angolo del mio corpo, ogni piega, ogni anfratto, ogni vicolo nascosto, spesso, sconosciuto anche a me stessa.
Grazie a lui ho imparato a guardare davvero e a vedere: il mondo e me stessa; anche quello che mi faceva una gran paura vedere e che tenevo al buio, con la saracinesca abbassata.
Quello che vorrei dire ai miei genitori è che quest’uomo che abita al buio, e che non ha paura del buio, mi ha regalato la luce.
Il suo buio mi aveva regalato la luce!

Frammento di una consulenza.
La storia di Gloria, le mie parole.

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