Dal mio posto di scrittura, quindi, posto del cuore, vedo l’Etna, un albero di fichi, la pietra lavica di un muro che protegge la mia casa e i miei pensieri, i miei ciclamini e la mia anima.
La colonna sonora rimane il russare del mio inseparabile cane, e l’odore di qualche infuso speziato.
La scrittura è un momento sacro, una pausa dalla vita che da la vita.
È una pausa di riflessione – ma non come quella che utilizza per tagliare la corda chi ha smesso di amare -, una sospensione da quello che abita in noi e che ci disturba.
Con la scrittura ci fermiamo, ci ascoltiamo, elaboriamo e trasformiamo il caos in ordine.
Le angosce in emozioni. Gli eventi in un foglio word.
Durante i momenti di sconforto della nostra vita o i giri di boa dell’affettività, dopo un lutto o un divorzio, o quando siamo stracolmi d’amore, un buon libro – da leggere o da scrivere sperando che diventi “buono”! – può diventare un compagno di viaggio, un amico fidato, un confidente, un contenitore di riflessioni e di emozioni.
Con un libro ti prendi cura di te. Sempre.
Talvolta ne apri uno e trovi un ricordo, uno strafalcione, un segno con il tuo evidenziatore preferito per evitare di smarrire quella parola, quella immagine; insomma parti della tua psiche e del tuo cuore.
Lo sfogli e incontri un’emozione, un pezzetto della tua vita, del tuo passato, del tuo presente, del tuo passato rimosso.
E ancora, una foglia secca o un fiore reciso che ha sigillato un momento d’amore.
Uno scrittore o un giornalista, secondo me, è un collezionista di sogni.
Sogna e fa sognare. Si emoziona e fa emozionare. Ascolta e racconta. Osserva e traduce. Fa leggere e incanta come il pifferaio magico.
Poi ci sono anche gli improvvisatori e i ladri, ma questo è un altro discorso.