Diceva mia nonna, donna siciliana, saggia e d’altri tempi, che una madre può occuparsi di dieci figli, ma dieci figli non possono occuparsi di una madre.
Per quanto l’amore vero sia esageratamente discendente, questa affermazione, tanto crudele quanto vera, penso sia la concretizzazione di una cattiveria.
Oggi vanno di gran moda le case di riposo. I rifugi per anziani: luoghi dell’abbandono.
Più o meno accoglienti e falsamente familiari dove, in funzione del reddito, puoi permetterti una dignitosa vecchiaia, prima di una dignitosa sepoltura.
Luoghi dove seppellire da vivi i genitori strappandoli alle loro certezze. Ai loro oggetti, alle loro rassicuranti abitudini, ai loro ricordi, agli odori e sapori di una vita.
In popolazioni molto diverse e lontane dalle nostre – noi siamo i popoli “civili!”- gli anziani sono una dote.
Una riserva inesauribile di insegnamenti e di ineguagliabile presenza.
Una madre o un padre, o entrambi, che hanno faticato tanto, che hanno cresciuto uno o più figli e poi i nipoti, che hanno onorato uno o più mutui, che li hanno mantenuti in università più o meno onerose, quando smettono di essere utili e si trasformano in un peso vengono trasferiti in una casa di risposo.
Quel luogo dove andarli a trovare ogni tanto, con i nipoti o i dolci, o entrambi, e dove lenire i sensi di colpa da mancato accudimento.
Un genitore che rimane tale per il resto della sua vita decide per non diventare un peso per il figlio tanto amato, spesso più di sé stesso, di evadere in un dolore più cronico, ma più dignitoso: la solitudine.
Forse il cerchio della vita di africana memoria, da cui sono sempre stata rapita, ha le sue logiche.
Tutti diventiamo terra e concime per del nuovo cibo. Ma pensare di terminare la nostra vita con i nostri affetti, nella nostra tanto amata casa, sarebbe decisamente più rassicurante prima di trasferirci altrove.

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