Respiriamo la nostra aria e le nostre ansie. Quella altrui è minacciosa e anche pericolosa. Stiamo a debita distanza da ogni essere umano, e quando ne incrociamo uno sullo stesso marciapiede lo guardiamo in cagnesco con sguardo torvo come se fosse un orco, e spaventati attraversiamo di gran corsa la strada. Camminiamo mascherati, tacciati di essere dei possibili untori.
Sembriamo degli automi, affaticati e appannati. Adesso anche all’aria aperta (questo proprio non ci voleva). Sorridiamo timidamente con lo sguardo cercando di comunicare le emozioni rimaste ai nostri interlocutori, mentre accartocciamo il volto in una smorfia di carta.
L’aria si fa calda e annebbia gli occhiali. Il trucco si liquefà insieme a ogni speranza di tornare alla normalità. Tutto dentro una mascherina.
Sino a quando respiravo all’aria aperta, al massimo dentro una sciarpa a dicembre, non avevo ben chiaro l’importanza di un respiro: quel brivido euforizzante regalato dall’aria che liberamente entrava nelle mie narici e irrorava tutto, anche i pensieri.
Non me ne curavo, mi sembrava scontato, la logica conseguenza di essere viva. Oggi ho cambiato idea e anche il mio inconscio me lo ricorda. L’inconscio registra delle informazioni a cui la coscienza non ha accesso, questa notte, infatti, il mio ha sognato aria, cieli azzurri e prati infiniti dandomi conferma del fatto che mi sono davvero stancata di respirare così stentatamente.
Ho la sensazione di vivere in una condizione di precariato di certezze e di respiri, e per di più a tempo indeterminato.
Ho sempre creduto che i momenti importanti nella vita fossero quelli in grado di togliermi il respiro – e in realtà qualche volta è pure capitato di rimanere emozionata e asfittica – adesso ho ben chiaro che quelli migliori sono quelli che mi concedono un bel respiro profondo, a volto scoperto.

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