In quel dialogo silente e tempestoso che ogni giorno abbiamo con il nostro inconscio, talvolta ci raccapezziamo, altre volte ci smarriamo.
Avere una psiche per amica, con le sue tre istanze in pacifica convivenza, conviene.
Che ci piaccia o meno, non siamo mai da soli, siamo in sua perenne compagnia.
Che sia nostra amica o nemica. Alleata o avversaria.
Il nostro inconscio, per esempio, quello che non conosciamo e che chiamiamo destino, conviene, almeno saltuariamente, invitarlo per un tè pomeridiano, affinché non decida di irrompere nella nostra vita con virulenza.
È un incontro per coraggiosi.
Per chi non ha paura del buio. Del silenzio. Dei sogni. Dei lapsus. Di vivere da vivi.
Contiene ricordi, emozioni e verità in maschera.
Sedersi negli angoli bui della propria mente, come se fossimo al bar,
prendere qualche appunto, curarsi con le parole, rivisitare qualche emozione o qualche dolore, diventa una strategia per pescare nel mare infinito del nostro inconscio.
Di tutto un po’.
Verità, assurdità, parti psichiche inesplorate.
Diventa assolutamente indispensabile andare a trovare quei dolori scomodi, quelli che ci hanno fatto crescere, quelli che non passano, che ogni tanto ritornano, quelli che aiutano a crescere. A capire cosa vogliamo, e cosa non vogliamo più.
Andare a trovare dentro di noi gli sbagli, le sbandate, le derive, come si fa con le persone care.
Lutti e perdite. Silenzi e lacrime. Scontentezze e scontatezze, in questa perenne gimcana tra inconscio e coscienza.
Perché quando eludiamo l’inconscio pensando di essere al riparo, in realtà siamo in pericolo costante di frana psichica.
Conoscere a fondo così tanta intensità è l’unico modo per non soccombere, e per mettere tanta vita in ogni vita.