Una lavatrice di tutto e di niente

In una primavera inedita, fatta di silenzio che fa rumore e di spazi domestici che si fanno protezione, le giornate sembrano essere tutte uguali a loro stesse. L’emozione da sabato del villaggio ha lasciato il posto a una domenica infinita e protratta senza un approdo chiamato prima tre aprile e ora tre maggio.
Cosi, in questa domenica senza lunedì, in attesa della tanto agognata fase due, abbiamo smarrito la vanità e la cura dell’abbigliamento.
Abbiamo messo in pausa il fare a favore di un sentire obbligatorio e perentorio.
Ci siamo incontrati con i nostri affetti e dispetti, fantasmi e mostri, con noi stessi. Abbiamo cucinato e avuto paura, zappato e sperato. Abbiamo ascoltato con orrore i bollettini dei morti e degli infetti e abbiamo allenato la pazienza con abbondanti dosi di speranza.
Abbiamo scaricato un’autocertificazione mutante che ci ha accompagnato in farmacia e a fare la spesa. Abbiamo stabilito con la nostra coscienza cosa intendiamo per “comprovate” e lo abbiamo modificato in funzione delle nuove necessità di aria e di tutto.
E abbiamo fatto tanti bucati.
Le nostre lavatrici serali, solitamente, raccontano le nostre giornate. Parlano di noi.
Contengono i vestiti dei nostri figli, dei partner, i nostri. Si alternano in una giostra vertiginosa e rilassante.
Costumi zuppi di acqua e cloro che ci raccontano le vasche attraversate da chi nuota. Body di danza ancora intrisi di note e musica classica che ci fanno immaginare le piroette di chi danza. Pantaloncini macchiati di prato che ci raccontano di quello sgambetto e di quel goal, facendoci intravedere le acrobazie di chi fa calcio.
Tute da lavoro, divise, camici bianchi. Ogni abito incarna e racconta un’identità lavorativa e un pezzetto delle nostre vite.
Tutto in un oblò.
Da quando siamo chiusi in casa, la mia lavatrice, non so la vostra, è sempre uguale a sé stessa. Tute e pigiami. Pigiami e tute.
Il coronavirus ci ha rinchiusi tra quattro mura i primi giorno di marzo e ci riconsegnerà al mondo in maggio (forse). Ignari del trascorrere del tempo, abbiamo risposto i cappotti e abbiamo tirato fuori dall’armadio i vestiti primaverili che odorano di voglia di ricominciare e di speranza.
Nello spazio di un bucato abbiamo tolto il troppo e il vano. Il superfluo e l’eccentrico.
In attesa di osservare ancora le nostre variegate giornate lavorative e ludiche dentro un oblò, accarezziamo la solitudine e ricordiamo gli oblò del passato, piedi zeppi di costumi a dicembre e di ricordi che girano vorticosamente e allegramente dopo un rientro vacanziero.
Prima o poi, la distanza di sicurezza sarà soltanto un brutto ricordo, insieme alle lavatrici tristi, fatte di tute e pigiami.
Torneremo a viaggiare, a lavorare, a baciare e amare. Ci riapproprieremo del nostro destino di sensi e di baci, di incontri e di futuro.

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