Una donna lascia in testamento non gioielli, non beni, non eredità d’affetto. Lascia per iscritto le direttive per l’esecuzione della morte della sua cagnolina.
Fedele e ignara compagna di vita.
La donna decide che dopo di lei il suo cane non avrebbe dovuto avere una vita con altro da lei.
Il testamento conteneva un imperativo inquietante che, nonostante la crudeltà del suo contenuto, è stato eseguito pedissequamente.
La cagnolina, in buone condizioni di salute, viene uccisa – perché si tratta di omicidio ammantato da un’insana eutanasia -, viene cremata e seppellita insieme alla sua padrona.
Noi umani, quando accompagniamo alla morte una persona cara, presumibilmente in bilico tra sensi di colpa e senso del dovere, tra etica e religione, provvisti di coscienza – così dicono – facciamo una gimcana tra sensi di colpa e burocrati, leggi avverse e testamento biologico, fantasie illusorie di guarigione e speranza di una vita altrove.
Mi chiedo per quale motivo, in un altro stato, una vita, in questo caso quella di una cagnolina, debba valere davvero così poco.
Questo succede quando si confonde l’amore con il possesso. Con la proprietà privata. Con l’avidità e la cupidigia.
Gestire le vite altrui anche dopo la propria morte è segno di grande cattiveria e manipolazione.
Un testamento sano di mente e di cuore avrebbe potuto scegliere la famiglia che avrebbe preso il suo posto post-mortem.

Fonte: La Zampa La Stampa

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