Chi lo ha stabilito che alla maggiore età puoi suicidarti? E chi lo stabilito che alla maggiore età qualcuno debba obbligarti a curarti? Le due scelte sono antitetiche, estreme, sbagliate e giuste allo stesso tempo.
Lorenzo era giovane, giovanissimo, ma altrettanto fragile, fragilissimo.
Si era rinchiuso nel silenzio e abitava il vuoto. La magrezza gli faceva compagnia e gli regalava uno strano conforto: un passaporto per la solitudine.
Era ammalato di anoressia: la malattia dell’amore. Questo tarlo invisibile si insinua dappertutto e diventa un demone. Controlla tutto, corpo e cuore, pensieri e paure.
Tra i disturbi del comportamento oro-alimentare è una malattia che non perdona, né uomini né donne, non fa distinzione di genere, di età, di ceto sociale. È la malattia dell’amore e del vuoto. Del pieno che dà fastidio e del vuoto che strazia e riempie.
Il cibo e la fame nervosa, o il deperimento e il progetto suicidario, come l’anoressia, sono l’espressione di un profondo disagio interiore.
Metafore di emozioni complesse e profonde che vanno ben oltre l’ago della bilancia.
Il corpo fragile e torturato dai chili di troppo, o troppo pochi, è il contenitore di una psiche sofferente, bisognosa di cure e di amore.
Lorenzo si è lasciato fagocitare dalla sua anoressia, mosso da una mortifera caparbietà che non ha lasciato spazio alla speranza.
Un genitore che sopravvive a un figlio che decide, più o meno consapevolmente, di non curarsi e di lasciarsi morire, muore insieme a lui. Schiacciato dal macigno chiamato senso di colpa.
Questa storia di fame e tormento lascia un vuoto enorme, e un sapore acre di paura e di rabbia.
Fonte: Il Corriere

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