Il segreto professionale? Estinto. L’alleanza terapeutica? Profanata.
Il diario segreto tra terapeuta e paziente? Consegnato all’amante.
La paziente che si fida e che si affida alla psicoterapeuta? Un miraggio.
La privacy? Non pervenuta.
Ieri sera si è concluso il quarto e ultimo episodio del film per Rai 1: “Mentre ero via“.
Non ero mai riuscita a vedere una fiction televisiva, perché solitamente vengo rapita dal sonno, dalla stanchezza e dalla noia.
La prima puntata di questo film mi ha subito incuriosita perché la protagonista di questo film era una giovane donna che a causa di un incidente, presumibilmente avuto per amore, rimane in coma per qualche mese, e al suo risveglio smarrisce del tutto la memoria.
Non sapeva più nulla del suo passato, dei suoi amori. Chi fosse davvero, come avesse vissuto sono a quel momento, quali fossero i suoi valori o non valori.
Niente di niente. Tabula rasa.
La donna viene presa in carico da una psicoterapeuta, che con dolcezza, presunto amore per la sua professione e dedizione, l’aiuta nella dolorosa ricostruzione del suo passato.
Il film si snocciola in quattro puntate, tra un presunto passato torbido della protagonista, un marito che in realtà aveva avuto un figlio con l’amante, due figli con le loro rispettive problematiche e le acrobazie dell’essere madre.
Il tutto inquinato da manipolazioni e tentativi da parte della famiglia di instillarle elementi di memoria che non le appartenevano, con l’unico scopo di mantenere rimosso il passato familiare e aziendale.
Il film si conclude con un colpo di scena assolutamente inadeguato e feroce. Un attacco a chi svolge la mia professione. L’anello debole della catena era la psicoterapeuta.
Una donna che ha fatto finta di occuparsi della sua paziente, e mentre lo faceva comunicava in tempo reale le informazioni estrapolate della psiche sofferente di questa donna al suo amante, il cognato della protagonista.
Mi auguro ardentemente che il nostro ordine di appartenenza scriva almeno una lettera di reclamo alla Rai.
Non è possibile far passare questi messaggi così inquieti e inquietanti. I pazienti, pur fidandosi di noi e della nostra professionalità, possono rimanere turbati da film di questa entità.
Con questi contenuti, messaggi falsi e falsati, e mancanza di scrupolo di chi svolge un lavoro dove la segretezza e la riservatezza, unite al codice deontologico sono il nostro pane quotidiano.
Sarebbe stato meglio preferire il sonno alla televisione, come faccio abitualmente tutte le sere.