Vivere da vivi è tra le cose più emozionanti e al tempo stesso faticose che ci siano.
Per vivere da vivi bisogna avere fatto pace con il passato, non avere paura del futuro, e vivere il presente.
Non per forza in quest’ordine, e non per forza in ordine.
Vivere il presente obbliga a vivere. Davvero.
Puo capitare però di sopravvivere al posto di vivere.
Quando non si sa vivere il presente, la mancanza fa da padrona.
Manca sempre qualcosa che con c’è.
Quello che non c’è più, e quello che non c’è ancora.
C’è chi si rifugia nel passato per non vivere il presente. Nei ricordi, nelle mancanze, nelle malinconie. Nell’irrisolto. In quello che è stato e non ha avuto la forza di esserci ancora, o che il tempo ha portato via, semplicemente.
In tutto quello che non è stato elaborato o trasformato. In quello che fa ancora male e non guarisce. In quello che, quando si incista sotto pelle, ammanetta al ricordo e non diventa perdono né passato, ma trappola.
Anche il rapporto con il futuro non è immune da insidie.
C’è infatti chi si rifugia nel futuro, strategicamente.
In quello che deve ancora venire. Nell’isola che non c’è.
Il futuro è magia, è rassicurazione, è fascinazione.
Soprattutto perché non c’è, e non è detto che un giorno ci sia davvero.
Abita la nostra mente e i nostri desideri, ma non i nostri sensi.
Non avvolge la nostra pelle. Non mangia e non dorme al nostro fianco. Non ci abbraccia quando ne abbiamo voglia.
Regala quella euforica sensazione del tendere verso.
È una proiezione, un vedo non vedo dell’esistenza, immune da fatiche e da responsabilità.
Per questo seduce e affascina.
Poi, come tutto ciò che è nuovo, spaventa perché obbliga all’impegno e al cambiamento.
In questa acrobazia del vivere, tra un torcicollo emozionale e un altro, corriamo il rischio di smarrire la vita da vivi.
Esperienza davvero affascinante.