Ieri, come tutti i sabati, dopo avere studiato dizione e avere ascoltato una delle mie voci preferite in televisione, un caro amico, simpaticamente, mi ha dato della tossicodipendente, chiamandomi “voceinomane”.
Nessuna diagnosi è stata mai cosi puntuale.
Sin da bambina ero già ammalata di voce, mio padre ascoltava Gassman e la radio, quando era frequentata soltanto da voci importanti e belle, ma a quei tempi non sapevo come si chiamasse la mia malattia.
Negli anni c’era qualcosa che mi faceva stare male e al tempo stesso mi sedava e rasserenava, mi disturbava e mi stregava. Era la voce delle persone. Uomini o donne, amici o parenti, pazienti o docenti. Anni addietro, in maniera più consapevole, sono stata rapita dallo studio della dizione. Avvertivo forte e chiara sulla mia pelle l’importanza di uno studio così poco conosciuto ma decisamente indispensabile per la vita di tutti.
Ho duellato con la mia “e” aperta siciliana (e lo faccio ancora), con il timbro e con la lentezza, finanche con i respiri e con l’ascolto.
Ho studiato, fatto buffi esercizi, ho riso davvero tanto e tanto mi sono disperata.
Sino a non troppo tempo addietro ero fermamente convinta che bastassero i contenuti. Non era poi così tanto importante avere una dizione perfetta e un lessico ricercato, ma avere una buona base solida di competenze, di scienza e di cuore.
Adesso sono sempre più certa che non basta dire cose esatte, ma diventa assolutamente indispensabile saperle dire. Far si che le parole che partono dalla testa, dalla pancia, dal cuore escano da noi con cognizione di causa, con un obiettivo ben chiaro, un tragitto, una meta, senza essere buttate lì in maniera anarchica e alla rinfusa, con un tono spesso stridente o invadente.
Più studio dizione e incontro docenti, coach, esperti in recitazione e doppiaggio e più rimango folgorata da come le parole ben dette arrivino a destinazione, e li rimangono a lungo. Di come, se sapientemente adoperate, si facciano veicolo di desiderio, intenzione, dolore, passione.
Le parole scelte con garbo e cura hanno un potere enorme: accarezzano, curano, seducono, fanno innamorare o rimproverano aspramente, accendono il desiderio o lo spengono, senza per forza essere urlate.
Durante questo affascinante viaggio tra le voci ho incontrato pause, timbri, toni, musicalità e magie.
Mi sono accorta che ci sono pause che incantano e inchiodano all’ascolto e parole urlate che si smarriscono nell’aria senza giungere in nessun orecchio e in nessun cuore.
Ci sono corde vocali che vibrano e che si fanno manetta: inoculano il virus della dipendenza.
E voci sgradevoli, aggravate da dizione pessima, che inquinano ogni possibilità di ascolto e di relazione.
Penso proprio che coltiverò la mia dipendenza ancora a lungo, perché la voce se ben adoperata si fa cerniera tra contenuto e contenitore, per diventare e restare magia.

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