I frequentatori del silenzio lo sanno: funziona. Rappresenta la migliore risposta. Stempera la rabbia. Tiene a bada gli acting out. Invita alla riflessione e all’introspezione.
È il luogo della fuga e dell’incontro: con sé stessi, con gli altri e con i pazienti (per chi svolge il mio lavoro).
Incontrare il silenzio e non averne paura, soprattutto, non è affatto semplice, anche perché siamo abituati ad abitare il rumore.
Iniziamo la giornata all’insegna del rumore penetrante della sveglia, proseguiamo con le notifiche impertinenti e spesso inutili del cellulare.
Seguono i social, le email, le telefonate senza fine: tutto quello che ci distrae da noi apparentemente parlando a noi e di noi.
Veniamo rapiti da un mondo di rumori e pochi suoni.
Quando per un istante veniamo visitati dal silenzio ci spaventiamo, ci sentiamo minacciati da un sentimento di profonda solitudine; così, c’è chi passeggia con gli auricolari e la musica – alcuni sono aberranti e senza filo, simulano una protesi audiometrica -, chi sceglie la compagnia della radio, chi instaura un legame intimo e di dipendenza psicologica con la televisione. Preferibilmente con contenuti urlati da ospiti urlanti.
Quando iniziai a fare questo lavoro rifuggivo il silenzio; da paziente e da chi sta dall’altra parte della barricata. Volevo occupare tutti gli spazi vuoti. Investivo il mio analista di contenuti, pensando che più cose gli raccontavo e più ottimizzavamo il tempo trascorso insieme.
Quando poi un paziente pensava bene di stare zitto, entravo in ansia: non reggevo il suo silenzio, temevo che lui potesse pensare che non avevo niente da dirgli e da dargli.
Nel tempo sono stata rapita dal fascino del silenzio, dalla magia delle pause strategicamente adoperate durante un dialogo, dal tono della voce con i suoi contenuti, dall’importanza dell’attesa, e dall’intensità degli sguardi.
L’utilizzo degli spazi vuoti – cosa che si impara quando non fanno più paura i propri -, in realtà, è una delle cose che ci viene insegnata in terapia. Abitudine che andrebbe estesa poi anche alla vita.
Il silenzio e lo spazio dovrebbero diventare uno strumento di base, non soltanto per per noi clinici, ma una vera risorsa per ogni relazione.
Ci siamo specializzati nell’arte del non ascolto e del non incontro, reimpossessarsi del silenzio potrebbe essere una valida strategia salva contenuti.
Così, l’imbarazzo di parlare a vanvera potrebbe essere maggiore della paura del silenzio.

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