Una delle attività privilegiata del nostro tempo è la colpevolizzazione della madre.
Sembra quasi che colei che dà la vita sia a rischio di vita.
È troppo affettuosa. È poco affettuosa. È troppo presente. È troppo poco presente. È causa dei disturbi del comportamento alimentare del figlio o della figlia, delle problematiche affettive e relazionali.
Pensa prima a sé stessa e poi ai figli. Pensa prima ai figli e poi a sé stessa. Pensa prima al marito e poi ai figli, prima ai figli e poi al marito. Insomma, non è mai adeguata al ruolo.
Esistono, però, in clinica, delle madri- prigione e delle madri prigioniere.
Le prime sono le madri elefantesse, coloro che invadono lo spazio privato e il mondo interno dei figli: che decidono per loro, che sentono per loro, che manipolano, che controllano, che tarpano le ali alla libertà e all’iniziativa.
Talvolta sono madri narcisiste, altre volte sono madri scorticate dalla vita, altre volte ancora sono madri che tentano di diventare le madri che non hanno avuto. I copioni affettivi che si ripetono, in psicanalisi chiamati coazione a ripetere, sono quella sorta di modus amandi e vivendi che si tramanda da una generazione all’altra senza riuscire a modificarli; copioni che mietono le stesse vittime e consegnando al boia gli stessi carnefici.
Ci sono anche le madri prigioniere. Coloro che tentano di liberarsi dalle catene del senso di colpa, dalla morsa della paura di sbagliare, da quella manetta chiamata responsabilità, ansia, preoccupazione, ma non ci riescono.
Sono le madri imprigionate nel politicamente corretto, negli insegnamenti, nelle prediche. Sono le madri prigioniere della sofferenza. Perché la strafottenza, che pur facendo rima con sofferenza non la ricorda lontanamente, talvolta rende liberi e sicuramente più simpatici.
In realtà, fare ed essere madri non è assolutamente un percorso semplice. È un equilibrismo relazionale e affettivo in continuo divenire.
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