La figura della madre rimane sempre alla ribalta, tra sciagure e tragedie correlate al ruolo.
Dall’assassinio di Cogne ad altri casi di cronaca, i media sdoganano immagini di madri assassine, disturbate e disturbanti.
Bambini accoltellati nel sonno mentre, innocentemente, sono tra le braccia di Morfeo.
Altri strangolati, altri ancora travolti da raffiche di pallottole.
Famiglie distrutte e sterminate dal dolore e dalla perdita di controllo.
Gli avvocati, nelle loro arringhe difensive scrivono:

“Gli assassini sono depressi, incapaci di intendere e di volere”.

La “depressione” viene sempre citata e adoperata come strumento difensivo per cause scomode e portatrici di dolore e di infinite riflessioni.

  • Ma siamo veramente certi che la depressione sia sempre una sorta di lasciapassare per giustificare i crimini più efferati?
  • Il male oscuro di cui sembra soffrire un italiano su cinque, può essere la causa di così tante atrocità?
  • Siamo certi che chi arriva a uccidere non abbia mai manifestato sintomi così eclatanti da essere curato e soprattutto fermato?
  • La malattia può essere l’alibi di tutti i delitti?
  • La normalità è compatibile con gli atti criminali più efferati o bisogna essere obbligatoriamente malati e depressi per poter uccidere?

Forse non è sempre logico e veritiero spiegare un omicidio con la follia, forse sono alibi utilizzati dagli avvocati per difendere i loro clienti.

Secondo un doloroso resoconto il 2014, i bambini sono le vere vittime di delitti compiuti dai genitori.
Quando è il padre a compiere le stragi si dice che trattasi di un uomo disturbato, trafitto dal dolore dell’abbandono o uno stalker (diagnosi ormai abusata), mentre quando è la madre a uccidere i figli, viene adoperata la diagnosi di depressione.

Cos’è la depressione. Qualche nota clinica

L’episodio depressivo costituisce una delle esperienze più destabilizzanti per chi si trova a doverlo vivere o meglio subire.
Il paziente racconta – tardivamente rispetto al suo esordio –  che si sente senza speranze, senza energie né risorse, completamente impotente di fronte alle esperienze della vita e al mondo che lo circonda.
Riferisce che gli vengono a mancare le energie per poter fare qualsiasi attività, fisica e mentale, tutto diventa senza sapore né odore: perde il gusto della vita.
Quando si parla di depressione, tutto sembra avere perso di interesse e tutto appare un vero e proprio fallimento.
Il paziente riferisce di vivere  un susseguirsi di perdite – reali o simboliche –  di cui spesso ci si sente responsabile, ed è abitato da una sensazione di impotenza.
Talvolta, attribuisce agli altri e agli eventi della vita la colpa del suo dolore dell’anima, del disagio e della sfortuna che dimora nelle sue giornate.
L’isolamento è spesso cercato, voluto e al tempo stesso subito, ma appare inevitabile e il paziente non intravede nessun’altra strada da poter percorrere.
Chi soffre di depressione non è in grado di svolgere le cose più semplici: dallo svegliarsi al mattino, lavarsi e occuparsi di se stesso e degli altri, alle sequenze più complesse e impegnative che obbligano a un impegno mentale ed emozionale, come far fare i compiti ai propri figli o svolgere le proprie mansioni lavorative.
Il vissuto è tra i più nefasti: sensi di colpa, inadeguatezza, il vedere tutto nero e un peso sul cuore che non lascia via di scampo a nessun tipo pensiero.
Chi soffre di depressione viene rapito da una vera e propria incapacità di vivere e da un “mal di vivere”, amplificate dal pensiero ricorrente della morte.
È un quadro grave, visibile, quantizzabile e soprattutto non mistificabile.

In psicologia esistono gli “omicidi d’amore o per amore”: ma ne siamo davvero certi?

La depressione, solitamente, in casi estremi, porta al suicidio di chi ne soffre non all’omicidio, trasformando il protagonista di tanto dolore. soprattutto allo sguardo dei media, in un vero killer.
Il malato vede il mondo nero, senza risorse e carico di minacce, così. talvolta, decide di uccidere i propri figli, per togliersi la vita a sua volta.
Questo modus operandi rappresenta una strategia malsana e patologica per proteggere i loro amori – i bambini per l’appunto –  e se stessi, dalla vita e dai suoi dolori.

  • Ma siamo certi che ci sia sempre  una correlazione lineare e univoca tra omicidio e depressione?
  • E inoltre la diagnosi postuma, è fattibile?
  • Siamo inoltre certi che non vi erano segni chiari e visibili – anche ai non addetti ai lavori – di sofferenza e di disagio esistenziale?

Chi soffre di depressione grave non può celare il suo disagio, il suo dolore e il suo efferato malessere, non può stare bene fino al giorno prima dell’omicidio ed esplodere all’improvviso e senza preavviso.
La “depressione maggiore” è una depressione importante e non può essere improvvisata da avvocati e mass-media.
Resnick nel 1970, è stato il primo a stabilire la differenza tra neonaticidio – termine adoperato per le uccisioni di bambini appena nati, esattamente entro le  24 ore-, infanticidio– termine relativo ai bambini minori di due anni- e figlicidio – cioè l’uccisione di un figlio che hanno superato i due anni di vita.

Diventare mamme, un difficile percorso

Diventare mamma non è un processo semplice e soprattutto non è soltanto un evento biologico, ma psicologico e psico-relazionale, irto di ansie, sensi di colpa, paure e difficoltà.

Quante mamme, durante il difficilissimo dopo parto, hanno gridato aiuto e sono state confuse per donne stanche, stressate, confuse e nient’affatto malate?

Certo non  tutte vengono travolte da quel buio assoluto, da quella necessità omicida, dal baratro dell’esistenza.
Da mamma e da clinico penso che fare, anzi “essere mamma”, è un percorso complesso, sfaccettato, complesso in termini di dinamiche consce ed inconsce e spesso i sensi di colpa e di inadeguatezza si intersecano agli eventi della vita facendoli precipitare.
Una madre che uccide il proprio figlio é una donna che uccide una parte di se stessa senza morire, è una donna che – nel caso raro decidesse di non uccidersi dopo – sopravvive al figlio e “rimane in vita da morta”.
Sopravvivere alla morte di un figlio è la cosa peggiore che possa mai accadere, rappresenta la morte psichica peggiore che ci sia: la vita, in seguito, con il suo susseguirsi di albe e di tramonti, diventa una punizione atroce e insopportabile.
La psiche, poi, con i suoi meccanismi di difesa, anestetizza, rimuove, fa dimenticare, organizza strategiche amnesie e in qualche modo fa sopravvivere queste mamme omicide.

Qual è invece il possibile profilo di questi omicidi?

Frustrazione, rabbia, cattiva gestione della frustrazione, portano ai dolorosi “passaggi all’atto” di tipo omicida.
A mio avviso, la facile diagnosi di depressione associata a questi efferati omicidi, nuoce gravemente ai pazienti depressi, perché temono di poter diventare anche loro dei killer e pensano di poter essere giudicati e temuti come tali dal mondo circostante.
Questa malattia va rispettata e conosciuta a fondo. Le diagnosi non dovrebbero essere strumentalizzate per fini legali, se non vi è una chiara e lampante correlazione tra sindrome depressiva e omicidio.

Valeria Randone