Gameti, data di scadenza, infertilità e fecondazione assistita

Anna ha 38 anni e non è ancora madre. Luisa, a causa di sentieri impervi del cuore, si è innamorata solo adesso, alla soglia dei suoi 45 anni. Giulia si è separata, risposata, e ha avuto tante intemperie nel corso della sua vita. Federica è stata una donna attendista e in carriera, più spaventata del cuore che del cervello, e adesso il suo corpo non risponde più al suo desiderio di genitorialità. Valeria, noncurante dei segnali lampanti di un amore tossico, è stata lasciata a un passo dall’altare. Marta ha avuto una madre manipolativa e aggressiva e soltanto dopo una lunga psicoterapia ha capito che poteva darsi il permesso di diventare madre anche lei.
Giulia soffriva di vaginismo, era una donna vergine adulta, intrappolata nel suo dono che era diventato danno; e per di più il suo compagno soffriva di eiaculazione ritardata. Soltanto dopo la cura psico-sessuologica hanno iniziato a tentare davvero, ma il liquido seminale dell’uno e gli ovociti dall’altra non sembravano godere di buona salute.

Il corpo di queste donne non risponde più al loro desiderio cocente di diventare madri.

La PMA, gioie e dolori delle coppie infertili

Oggi, l’età della prima gravidanza si è spostata in avanti nel tempo. La donna preferisce realizzarsi dal punto di vista lavorativo, ambirebbe a un lavoro e un amore a tempo indeterminato, e preferirebbe per diventare madre la stabilità, anche del cuore, alla precarietà e liquidità dei legami odierni.
Così, spesso, l’attesa obbliga il corpo a tradire quell’originario progetto mentale di diventare genitori, facendo precipitare i partner nel girone dell’infertilità.
La coppia ufficialmente infertile si mette in cammino verso quel percorso complicato e faticoso che ricorda più una caccia alle streghe che una diagnosi.

Il “perché proprio a me” segue faticosissime indagini diagnostiche e terapeutiche. I partner passano dal tentativo di diventare genitori naturalmente al bisogno di ricorrere all’aiuto della scienza (PMA).
Le tecniche di procreazione medicalmente assistita vengono calibrate in finzione della coppia, della sua storia di vita e problematica. Le variabili tempo che passa e vissuto hanno importanti diversità di genere.
L’uomo, a differenza della donna, non ha nessuna data di scadenza. Gli spermatozoi non invecchiano: un uomo può o potrebbe diventare padre anche quando è avanti negli anni, a meno che non soffra di altre patologie età-correlate o non si senta in colpa per il figlio che verrà e per gli anni di qualità che potrà, o meno, trascorrere insieme a lui.
La donna, invece, viene inseguita dal famigerato ticchettio dell’orologio biologico, che scandisce il tempo che le rimane. Non può attendere oltre.

Quando una coppia non può mettere al mondo un figlio naturalmente, come logica conseguenza di un rapporto sessuale, dovrà fare ricorso alla scienza con le sue magie e alchimie. Tra i tanti fattori che determinano e influenzano la possibilità di diventare genitori, il fattore tempo rimane un punto non negoziabile, soprattutto per i gameti femminili. Si può ragionare su tutto, raggirare ogni evento, ogni impedimento, ma la variabile età rimane lì, immobile, scritta nero su bianco sulle cartelle cliniche e sul cuore delle donne.
Trentotto, quarantacinque, quarantadue, trentanove. Sembrano numeri ma sono storie di vita, cuori trafitti e riparati, donne, coppie, storie di dolore e di pregressi fallimenti di generatività.

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Un altro fattore associato all’età è l’attesa. Quel tempo, appunto quello dell’attesa, che si fa agonia, angoscia: quel lasso di tempo più o meno lungo che agisce in sordina e che non perdona, dal quale non si può più tornare indietro.
L’attesa della visita, del referto, delle analisi, dell’esito della sessualità mirata al concepimento con il suo carico di stress, del beta che non aumenta, del risultato delle cure ormonali, del prelevamento degli ovociti, dell’impianto. Quell’attesa intrisa di emozioni contrastanti e di paura, di speranza e di desiderio, di tutto e di niente.
E poi ci sono le sentenze: “gli ovociti sono vecchi, non vanno bene, il liquido seminale è povero, annacquato, non fertile”. Segue il panico, l’angoscia, e un’altra buona dose di attesa.
Segue l’altro giro di boa: la fecondazione eterologa. L’unica strada percorribile per giungere al bambino in braccio. Questa tecnica, ancor di più delle altre tecniche di PMA (procreazione medicalmente assistita), evoca tante angosce e paure. Esiste, infatti, nelle coppie che la intraprendono un reale scontro tra desideri e paure.

Fecondazione eterologa: il fantasma del terzo

Utero vuoto: aspetti psico-sessuologici nella coppia infertile

 

Nei casi di infertilità totale, la fecondazione eterologa rimane l’unica strategia terapeutica possibile, tecnica però assolutamente non consentita in Italia sino a qualche anno addietro, adesso invece sdoganata e legalizzata. Il pregresso divieto e la ricerca di una gravidanza low-cost, con un prezzo conveniente, ha intensificato un florido turismo procreativo. Per lenire il dolore e il vuoto ai non genitori, nascono in ogni luogo centri di pma, ma non tutti sono all’altezza del compito che si sono prefissati di svolgere. Il percorso verso la fecondazione eterologa non è immune da rischi e da costi: economici e psichici. La fecondazione eterologa si verifica quando il seme o l’ovulo – ovodonazione – provengono da un donatore esterno alla coppia.

Cosa succede nell’immaginario e nel patrimonio emozionale, oltre che genetico, di questa coppia?
La paternità, così come la maternità, non è solo un fatto biologico ma un percorso emotivo, sociale e soprattutto intrapsichico del singolo e della coppia.
La strada verso l’eterologa è davvero complicata sul piano emotivo e relazionale, spesso mina la solidità della coppia e la sua unione, crea uno screzio tra le intenzioni dell’uno e quelle dell’altro. Un partner lo vuole a tutti i costi, l’altro tentenna. Uno diventa ricevente di un dono – non soltanto di un gamete, ma di un dono d’amore -, l’altro si sente spettatore non partecipante. Uno è felice di diventare famiglia e l’altro entra in competizione con il fantasma del donatore. I partner infertili sono davvero molto provati, hanno necessità di essere sostenuti e psichicamente supportati prima dell’impianto e oltre il momento topico del concepimento.

Un percorso psicoterapico pre-fecondazione diventa indispensabile per sgombrare il campo da possibili nubi e fantasmi, da probabili grovigli psichici e relazionali che ostacolano la positiva risposta della donna che si sottopone alla fecondazione.
I coniugi vengono catapultati in una nuova condizione emotiva: sono infertili. I loro corpi non si riproducono e i loro cuori sono stretti in una morsa insopportabile, sempre più stretta e dolorosa. Si alternano stati d’animo ambivalenti e confusi: angoscia e bisogno, paura e desiderio, segue la paura di perdere il compagno di vita perché non può diventare genitore.
Non esiste un’equazione univoca, uguale per tutte le coppie, ma esiste un solco invisibile di infelicità e di disagio psichico, che si interseca al vuoto e al desiderio-bisogno di un utero pieno, vibrante, abitato dalla vita e non dal nulla.

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Nonostante ciò, la fecondazione eterologa non è immune da trappole emozionali. Un donatore o donatrice, anche se assolutamente indispensabili, diventano ingombranti e generano quote d’ansia e di paura. La coppia organizza la “fantasia di un tradimento autorizzato e medicalmente legalizzato”: un altro uomo o donna, decisamente estranei alla coppia, fecondano il ventre del partner donna. Questa fantasia va analizzata e, soprattutto, resa cosciente in sede di consultazione sessuologica o di terapia, perché agisce sotto soglia con modalità disfunzionali e mina la stabilità e l’unione della coppia che si candida a famiglia.

Dubbi, paure e mezze verità

Le domande che stringono il cuore dei futuri genitori dopo la fecondazione eterologa in una tanaglia sono tante: mi somiglierà? lo dovrò confessare al nascituro? come, se e quando dirlo? devo confessarlo ai nonni? agli amici? e se quando andrà a scuola qualcuno dovesse dirglielo? se avesse bisogno di un trapianto? o se dovesse soffrire di qualche patologia genetica?

La fecondazione eterologa, con il suo carico di ansie e di dubbi si intreccia al vissuto controverso di entrambi i partner, di cui siamo obbligati ad occuparci.
Il corpo, come dice il filosofo Michel Foucault, è il luogo simbolico dell’origine, da cui tutto ha inizio, della provenienza; le tecniche di fecondazione eterologa recidono quel legame silente ma potente tra corpo e origine. Così, ancor prima di un problema etico, pongono un problema di tipo medico e psichico, un problema che, se non adeguatame gestito, ha una ricaduta importante sull’integrità della persona e sulla sua identità.
Negli ultimi anni la medicina ha dimostrato l’importanza del codice genetico per la cura (e l’ereditarietà) di molte patologie, e varie teorie psicoanalitiche hanno sottolineato l’importanza dell’immagine inconscia dei genitori sulla crescita e strutturazione psichica del bambino che diventa adulto.
Quindi, una tecnica così importante sul piano fisico e simbolico non può essere sottostimata, taciuta al bambino che nascerà, o mistificata. La coppia va seguita con scrupolosità e cura da clinici competenti e adeguatamente formati per farlo.

Nel controverso rapporto con l’infertilitá e con le varie tecniche di PMA, ci sono delle importanti differenze di genere, di cui dobbiamo occuparci quando stondiamo e accogliamo i partner in consultazione.
La donna, solitamente, reagisce alla diagnosi infausta di infertilità con angoscia, attuando un processo di identificazione tra utero vuoto ed esistenza negata. La non prosecuzione della specie, la morte del proprio sé biologico, fa sprofondare la coppia in quella che viene detta “crisi di vita”. L’uomo, dal canto suo, vive con grande stress il periodo deputato a tentare di concepire, si barcamena con affanno tra le infinite indagini a cui si deve sottoporre per diventare padre, gli impegni di lavoro e le visite, l’attesa dei vari esiti, e il dopo.
Quando un figlio non arriva, l’uomo inizia a sentirsi una macchina per produrre spermatozoi – che ne abbia voglia, desiderio o meno -; come se la sua presenza nella vita della sua compagna di vita fosse esclusivamente finalizzata al concepimento.

La sessualità ne risente fortemente e precipita nella trappola nefasta dell’ansia e dell’obbligatorietà, con un’importante ricaduta sulla qualità della loro vita emozionale, relazionale e sessuale.
Nessun preliminare d’amore, nessuna esitazione, nessun periplo delle ansie e delle paure, nessun desiderio. Talvolta, nessuna pillola pro-erettiva può accendere le lenzuola sopite e appesantite dall’attesa spasmodica di un figlio. L’unico obiettivo della sessualità diventa il tentativo di fecondare un’ovocita. La sessualità si spoglia di erotismo e si trasforma in un’attività telecomandata, caratterizzata da tecnicismo, nonché svuotata di erotismo.
L’uomo si percepisce una sorta di banca del seme ambulante; sensazione tanto sgradevole quanto ansiogena, fautrice di angosce e di difficoltà relazionali e sessuali.

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La reazione emotiva a cui vanno incontro le coppie nei confronti della diagnosi, e dell’iter di cura postumo, è davvero devastante: rabbia e sconforto si intersecano con modalità crescenti e destuenti sino a consegnare la coppia allo sconforto più cupo.
La coppia infertile è una coppia addolorata, molto provata dal carico emotivo del percorso che li aspetta. Stressata e triste. Messa a dura prova dalle diagnosi pre concepimento, da una sessualità obbligata e obbligatoria, e dalla solitudine che li inghiotte. Le coppie infertili, solitamente, preferiscono tacere. Non raccontano a nessuno, talvolta nemmeno ai genitori per non addolorarli, della loro condizione di infertilità o sterilità dell’esistenza, vengono intrappolati in un clima omertoso e silente che amplifica a dismisura la loro tristezza e solitudine del cuore.

Uno sguardo al nascituro: un bambino venuto dal freddo

Quando un bambino viene dal freddo di una provetta, le domande che i genitori si pongono sono tantissime. La prima è se dirglielo o meno, e se si, come.
La mancanza di conoscenza delle proprie origini è avvertita, da sempre e da tutti, come una mancanza, un enorme vuoto che ogni bambino che diventa adulto, prima o poi, cercherà disperatamente di colmare. Così come nel caso dei bambini adottati.

La conoscenza del proprio legame genetico con i genitori è di fondamentale importante sempre, soprattutto in adolescenza, quando si struttura l’identità.
La definizione chiara di sé diventa assolutamente indispensabile per la continuità (e l’integrità) con la propria origine.
La scoperta accidentale – come una fuga di notizie da parte di un parente o conoscente -, improvvisa o tardiva della propria origine potrebbe avere un impatto drammaticamente negativo sull’identità di un adolescente, sul suo equilibrio psichico e sulla sua relazione con i genitori, dai quale si sentirà tradito.
La coppia infertile, qualunque percorso decidesse di intraprendere, va sempre sostenuta e supportata. Il processo di generatività non è un cammino pianeggiante, ma irto di difficoltà e inciampi.

Un intervento di primo livello da poter (anzi, dover) attuare è il counselling psico–sessuologico,  parte integrante del percorso di cura e di presa in carico degli aspetti più intimi della coppia infertile.
Luogo dell’ascolto e della riparazione
Un intervento di secondo livello è, invece, la psicoterapia o la terapia di coppia, ove necessità.
Un buon equilibrio emotivo e psichico di entrambi diventa assolutamente indispensabile anche per il futuro successo delle tecniche di PMA (procreazione madicalmente assistita).
I partner vanno adeguatamente studiati dal punto di vista bio-psico-sociale, emozionale e sessuale, va creato uno spazio interno per la futura genitorialità che va ben oltre quello meramente uterino.

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