Desiderare un figlio a quarant’anni

//Desiderare un figlio a quarant’anni
  • Figli a 40 anni

Si aspetta finche non si terminano gli studi.
Si aspetta l’indipendenza economica.
Si aspetta un tetto sulla testa.
Si aspetta l’uomo giusto, il principe azzurro, o il secondo giro di boa dell’affettivitá.
E ancora, si aspetta il momento giusto, il contratto a tempo indeterminato, la busta paga, l’Amore.
Insomma, si aspetta.
Il corpo, però, non ha nessuna intenzione di aspettare e, prima o poi, smetterà di essere attendista e virerà verso il pensionamento della fertilità.

“Il bambino comincia in noi molto prima del suo inizio. Ci sono gravidanze che durano anni di speranza, eternità di disperazione”.
Cvetaeva

Qualche dato: dall’attesa ai disastri procreativi

L’ultimo rapporto Eurostat sui dati relativi alla natalità, vede l’Italia al primo posto in Europa per le mamme “over 30, ed anche più”.
Dati davvero allarmanti ed ansiogeni.
Il percorso che porta alla maternità e al bambino in braccio, non è un percorso facile, né immune da difficoltà.
Di mamma, oggi, non ce n’è una sola.
Da quando mi occupo di infertilità, di mamme ne ho viste davvero tante: mamme attendiste e mamme surrogate o in affitto, mamme biologiche o genetiche, e ancora, mamme omosessuali o single.
Per nessuna di loro, attendismo a parte, la maternità è un percorso immune da fatiche e colpi di scena della fertilità.

Gli ovociti non aspettano

Gli ovociti non aspettano, né il momento giusto, né il partner giusto, e tantomeno la chimera del contratto a tempo indeterminato.
Prima l’attesa, poi il partner giusto, e quando sembra che tutto sia finalmente in ordine, ecco la deriva della procreazione.
La riserva ovocitaria non è più in grado di far diventare madri queste donne, trasgredendo il loro destino biologico e facendole sprofondare in un baratro di cupa disperazione ed ansia.
L’attesa si trasforma in accanimento coitale.
L’accanimento coitale in accanimento procreativo, e l’asse ipotalamo-ipofisi che regolamenta la fertilità, la fecondazione e l’umore, va in tilt.
Ed ecco che assistiamo ad uno scontro frontale tra desiderio di maternità e aspettative di genitorialità.
Tra sogno nel cassetto e realtà clinica.
Tra una mente piena ed un utero vuoto.

Dalle primipare attempate alla crisi di vita

Quando sono diventata madre, appena trentenne, la mia cartella clinica conteneva la seguente dicitura:
Primipara attempata”.
Ricordo ancora lo sgomento e l’incredulità nel leggerla, ma la gioia immensa per la nascita di mia figlia Lucrezia ha stemperato la mia indignazione.
L’Italia, soprattutto oggi, detiene il primato di donne over 35 infertili e faticosamente gravide.
La situazione è davvero allarmante: non solo abbiamo “primipare attempate”, ma abbiamo anche un elevato tasso di problematiche di infertilità, decisamente maggiore rispetto agli altri paesi, con un numero medio di figli per donna di 1.37.

Dall’angelo del focolare alla donna in carriera

Anticamente la donna era madre e basta.
Il suo destino era il matrimonio e la maternità.
Non era deputata all’attesa dell’uomo giusto, tantomeno del lavoro della vita.
L’uomo veniva scelto per lei, e il lavoro non veniva nemmeno contemplato.
La donna seguiva pedissequamente il proprio destino biologico, anche a discapito della realizzazione professionale (non indispensabile per il suo essere donna).
Quindi, ricapitolando: prima moglie e poi madre, tutto il resto veniva molto dopo, e era davvero opzionale.
Oggi, le priorità sono diverse e, soprattutto, l’identità della donna non viene esclusivamente rappresentata dalla dimensione della maternità, ma da tantissimi altri elementi.
Questi cambiamenti socio-culturali non corrispondono però, ai cambiamenti ovocitari.
Questo attendismo procreativo non corrisponde all’attendismo ovocitario.
La riserva ovocitaria è sempre a termine, per qualunque donna di qualunque generazione.
L’attesa del calendario e dell’agenda lavorativa e del cuore, non corrisponde all’attesa degli ovociti.

Il tempo dell’attesa e le donne

Il tempo dell’attesa sembra essere diventato un vero compagno di viaggio per le donne che desiderano diventare madri.
Talvolta dopo aver aspettato tanto, sono corrette ad aspettare il tanto agognato concepimento.
Ed ecco il dramma: l’attesa spesso non sfocia in una maternità.
Appaiono la abbia, la frustrazione, l’angoscia per la vita che non prosegue.
Il corpo diventa un estraneo, il peggior nemico della donna e della coppia, tradisce quell’atavico – e profondamente intersecato con l’identità femminile – progetto di generatività.

Il dopo, l’infertilità: dalla parte di lui, dalla parte di lei

Uomo e donna reagiscono a questa diagnosi infausta e lapidaria con modalità e vissuti differenti.

La donna, identificandosi sin da bambina nel ruolo di mamma, giocando con le bambole o a mamma e figlia, vivrà l’infertilità come un attacco acuto alla sua identità di donna, e svilupperà una sindrome depressiva.
L’uomo invece, confonde il piano della fecondità con la potenza sessuale, sentendosi sminuito e compromesso nell’ambito fallico-fecondante, con una probabile ripercussione sulla salute psichica e sulla salute sessuale.
Dopo una diagnosi di infertilità, la salute sessuale verrà compromessa, appariranno così, l’eiaculazione precoce, deficit erettivo, ed il desiderio sessuale ipoattivo, più comunemente detto calo del desiderio sessuale.
L’infertilità per la sua gravità e per l’impatto enorme che ha sulla qualità di vita, viene chiamata infatti “crisi di vita” (Menning, 1975).
Chi si occupa di coppie e di infertilità non dovrà soltanto erogare la cura ma “prendersi cura” della coppia in tutte le sue declinazioni psico-corporee ed emozionali, per restituire loro integrità e benessere.
Lavorare con le coppie infertili è un’esperienza intensa è mai uguale a se stessa, poterle aiutare mi regala sempre grandi emozioni.
Quando da coppia diventano famiglia, è il regalo più grande a cui si possa assistere.

By |2018-09-28T16:53:47+00:006 Aprile, 2018|Categories: Infertilità|

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