Sesso senza figli, figli senza sesso

Sesso senza figli, figli senza sesso

Negli anni abbiamo imparato a disgiungere tutto: la sessualità dall’amore, la procreazione dalla sessualità, l’intimità dalla relazione. Stiamo lentamente assistendo al fenomeno sempre più frequente della procreazione senza sessualità.
Le moderne tecniche di procreazione medicalmente assistita – PMA – propongono la dissociazione della sessualità dalla procreazione. Questa scissione, in alcuni casi e in alcune coppie, regala una sorta di sollievo dall’ansia da prestazione. Il paziente, anzi la coppia come paziente, sa che in un modo o nell’altro potrà mettere al mondo un figlio senza obbligatoriamente passare dallo stress e dall’ansia di uno o cento rapporti sessuali finalizzati al concepimento. Molti figli nascono in provetta, nati da un embrione precedentemente fecondato in laboratorio e successivamente impiantato nell’utero della donna. Questa è una tecnica che appende definitivamente al chiodo la sessualità e anche l’intimità, e che non la rende indispensabile per mettere al mondo un bambino. L’inseminazione artificiale omologa, con i gameti di entrambi i genitori, oppure l’eterologa, con un gamete di un donatore sconosciuto, fanno la stessa cosa: disgiungono la sessualità dalla procreazione. Per finire poi con la piu controversa e aberrante forma di procreazione: l’utero in affitto.
Queste tecniche, se da una parte sollevano la coppia dall’ansia e dallo stress con un intervento mirato, dall’altra parte danneggiano l’intimità di coppia rendendo tutto più meccanico.

Addio erotismo

La vita delle coppie infertili è fortemente condizionata dalla dimensione del dovere e dell’obbligo, che poco ha a che vedere con l’intimità e con l’erotismo. Devono avere dei rapporti sessuali in date prestabilite, in coincidenza dell’ovulazione femminile, devono raccogliere il liquido seminale con una masturbazione forzata e ripetuta per esaminarne la qualità, la quantità e per far sì che l’ovocita possa essere fecondato in vitro oppure nei casi dell’eterologa possa essere spedito per poi tornare dopo aver incontrato l’ovocita in dono. Gli uomini ansiosi, per esempio, non riescono ad avere un rapporto sessuale a comando e a volte non riescono nemmeno a raccogliere il liquido seminale per potere procedere con una fecondazione assistita. Questo comporta un’ennesima crisi di coppia che va a squadernare il già precario equilibrio della coppia infertile. Alcuni dei miei pazienti mi raccontano di avere delle vigorose erezioni quando la moglie ha le mestruazioni, quindi quando non è fertile.

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La sindrome del figlio ad ogni costo

Il bisogno di diventare genitori scompagina ogni coppia. L’infertilità viene considerata una crisi di vita perché rappresenta la morte del proprio sé biologico, danneggia l’intimità, l’erotismo e la sessualità. Diventa fautrice di disfunzioni sessuali e dà vita a continui litigi. Uno degli obiettivi della terapia di coppia che si effettua con le coppie infertili è quello di mantenere un buon grado di comunicazione e di intimità, a prescindere dalla genitorialità, per far sì che rimangano coppia in ogni caso. Per molte coppie diventa impossibile l’accettazione dell’infertilità e la successiva elaborazione del lutto, perché passano da una tecnica all’altra, da un centro all’altro, nel disperato bisogno di diventare genitori a tutti i costi. Si tratta di donne che non reggono il vuoto, che non sopportano la loro vita con un utero vuoto e una mente piena. Donne che sono diventate del tutto refrattarie ai rapporti sessuali che non portano al concepimento e che non coincidono con l’ovulazione, e sono candidate a una crisi di vita e una crisi di coppia. Seguirle con un percorso terapeutico mirato significa garantire loro la possibilità di attraversare il dolore e di trasformarlo in un’opportunità di crescita.

Spezzone di una consulenza

Anna che non può essere madre

Anna ha quarantadue anni e mi consulta perché desidera assolutamente avere un figlio prima dei quarantacinque, data simbolica che nel suo immaginario diventa lo spartiacque tra la speranza e la perseveranza.
I medici del centro di fecondazione assistita che la segue si sono resi conto che Anna è una donna profondamente ansiosa e depressa, e che l’infertilità ha peggiorato il quadro psichico già precario e instabile da tempo. Durante il primo colloquio mi dice che lei deve diventare madre, non può morire da sola, la sua vita non può finire tra le quattro mura senza la possibilità di amare e di essere amata. Anna è una donna che ha sofferto di depressione maggiore, che è stato abbandonato dalla madre quando aveva tredici anni e che ha un disperato bisogno di risanare questa ferita.
Anna sarebbe disposta a fare un figlio con chiunque, anche da sola, pur di diventare madre. Ha rapporti sessuali con uomini conosciuti in discoteca, con l’amante storico, col marito che non ama e che non stima, pur di rimanere incinta. Ma nonostante ciò – e forse per fortuna -, il suo corpo e il suo cuore hanno detto di no. Non risponde al suo progetto maternità. Ho proposto ad Anna di avere pazienza, di curare la depressione e le ferite d’infanzia per poter diventare una madre serena ed equilibrata, ma lei mi ha risposto che ha fretta, che non può aspettare e che deve fare un figlio prima di diventare vecchia.

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Come dico a mio figlio che è figlio del freddo?

Le tecniche di fecondazione assistita ci obbligano a fare i conti con l’aspetto etico della genitorialità. Se da un lato facilitano il percorso verso il concepimento, dall’altra parte pongono le coppie davanti a quesiti esistenziali che spesso non hanno delle risposte univoche. Una delle domande che mi viene posta quando accompagno le coppie durante il complesso percorso verso l’eterologa è come dire al bambino che verrà che è nato da un gamete donato da uno sconosciuto, sconosciuta.
Quando dirglielo, a che età, con quali parole, per evitargli dei possibili traumi.
Le angosce più grandi che provano i genitori che mettono al mondo un figlio con l’eterologa è quella relativa al vissuto del nascituro. Hanno paura che un bel giorno il bambino, quando sarà a conoscenza delle sue origini, si metterà in cammino per cercare il donatore, per capire di chi è figlio. Li rassicuro prontamente e li faccio riflettere sulla differenza di vissuto tra un bambino adottato e un bambino nato con l’eterologa. Il primo sa di essere stato abbandonato e si pone il problema del perché; a volte ricerca il genitore biologico per guardarlo negli occhi, per farsene una ragione, per sentire da lui le motivazioni dell’abbandono. La ricerca è farraginosa e angosciante, mossa da rabbia e da un vissuto di esclusione.
Nel caso di un bambino nato dall’eterologa il vissuto è completamente diverso: si tratta di un bambino che è stato fortemente voluto. E per averlo, i suoi genitori, hanno fatto di tutto pur di concepirlo e di avere il piacere di averlo in utero.

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L’embrione fecondato e scongelato

Molte coppie che si rivolgono ai centri di fecondazione assistita e a me hanno degli embrioni già fecondati e congelati. Li tengono lì come riserva, nel tentativo di poter fare una seconda fecondazione assistita o, nel tempo, mettere al mondo un altro bambino per dare una sorella o un fratello al precedente. Molti pazienti mi raccontano di sentirsi profondamente angosciati dall’idea di avere un embrione congelato.
Una mia paziente, per esempio, sognava di sentire freddo, di sentirsi congelata e di non potersi muovere a causa del gelo. Nel suo sogno ricorrente c’erano bambini morti messi in freezer insieme alle polpette e alle cotolette; si svegliava tutte le notti alla stessa ora urlante e sudata. L’idea di un embrione congelato e poi scongelato entra in conflitto con l’idea che abbiamo di un’intimità prenatale: quel rapporto sessuale e sentimentale che dà origine alla vita.
Nel nostro immaginario, la vita inizia in un luogo caldo e umido, morbido e accogliente, non di certo in congelatore. La coppia deve fare i conti con questo vissuto e con queste fantasie che entrano spesso in conflitto con quello che poi dovranno vivere pur di avere un bambino. Una mia paziente romana non è riuscita ad impiantare l’embrione fecondato perché il marito è deceduto per un infarto la notte precedente all’impianto. Quel piccolo embrione è rimasto orfano prima di diventare bambino. La stessa situazione capita alle coppie che si lasciano o divorziano dopo aver congelato gli embrioni; molto spesso si rivolgono a un legale perché desidererebbero avere in affido l’embrione che però contiene i gameti di entrambi.

Lavorare con le coppie infertili è per me un grande privilegio, mi regala emozioni e paure che diventano delle dotazioni di bordo per il nostro meraviglioso percorso verso la genitorialità e il mantenimento della coniugalità.

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