Alessia Pifferi e la morte atroce di sua figlia

Avevo deciso di non scrivere nulla in merito ad Alessia Pifferi. Forse ero troppo atterrita per l’accaduto.
Forse il dramma della figlia e della madre mi ha scombussolata talmente tanto da rendermi afona.
Questo dramma però ha continuato a camminarmi sotto pelle e a dispensare dolore e incredulità. Mi sono accorta che mentre guidavo pensavo a questa storia. Mentre rassettavo la stanza di mia figlia anche. Così, come sempre accade nella mia vita, per fare ordine devo scrivere, altrimenti non capisco e rimane tutto nebuloso e confuso.
Sono arrivata alla conclusione che che non ci sia nulla di più orribile della morte di una bambina di diciotto mesi mesi per fame e per sete e, immagino, paura.
Una bambina che si fidava di sua madre, unico punto di riferimento della sua esistenza, e che ha dovuto vivere l’abbandono, la paura, l’inedia e la morte, tutte in una volta e tutte totalmente da sola.
La signora è stata accusata di omicidio volontario pluriaggravato e rischia l’ergastolo.
Voleva assecondare i suoi bisogni di donna, che a suo dire vengono prima dei suoi doveri di madre. Un’affermazione che sembra non fare una piega se a pagarne le conseguenze non fosse stata una bambina di diciotto mesi.
A ripetere queste frasi ridondanti e forse sin troppo banali è stato lo psichiatra incaricato della corte d’Assisi di Milano, che ha ritenuto la donna capace di intendere e di volere.
Lo psichiatra riferisce che la signora Pifferi “sente e vive come prevalente la donna rispetto alla madre”.
Non comprendo se si tratti di una frase che giustifica, che interpreta o che punisce. L’ho letta più volte e continuo a non capire.
Penso, invece, che una donna che uccide una figlia sia una donna che non sta bene. Che magari in altro modo urlava già da tempo il suo disagio. Che ha spostato pian piano i limiti del suo fare sino ad andare incontro alla morte della sua bambina.
Che l’abbia fatto da lucida, mossa dal desiderio di sentirsi ancora donna e non solo madre, o con la mente obnubilata non penso cambi granché. Entrambe le ipotesi fanno propendere per una donna che sta malissimo.
In realtà non si diventa madri partorendo, serve molto ma molto di più per avere uno spazio interno che non sia solo quello del proprio utero.
E forse questa donna non lo aveva.

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