Childfree. Un figlio? No, grazie. Chi sceglie di vivere senza figli e perché

Child free

Avevo iniziato a scrivere questo articolo in settembre. Mi sembrava doveroso affrontare un tema così complesso e controverso dal punto di vista clinico e umano. Mi sono accorta però che la mia ambivalenza rispetto al tema trattato era talmente tale che non mi consentiva di essere sufficientemente lucida, asettica, equilibrata e di dire delle cose che potessero essere utili per i lettori. Tutti.

Così avevo iniziato a scriverlo, poi lo avevo posato, poi lo avevo ripreso, poi lo avevo riposato e poi lo avevo ripreso ancora una volta per trovare in fine un nuovo alibi per non scriverlo. In sostanza, avevo scritto soltanto dieci righe, e anche assolutamente insignificanti.

E considerando che io ho il problema opposto, quello dell’eccesso di scrittura, mi sono fermata a riflettere su quali potessero essere le motivazioni inconsce che mi impedivano di scrivere in maniera serena e spontanea. Avevo fatto troppi anni di analisi personale per prendermi in giro in maniera così amatoriale.

Gennaio, però, è il mese del mio delirio ordinativo, anche del computer, quindi sono stata inchiodata alla mia solita buona dose di introspezione e responsabilità.

Penso di aver capito cosa mi abbia paralizzata: il mio essere figlia e madre allo stesso tempo mi inchiodava al mio passato e anche presente, e mi rendeva afona e con un crampo alla mano e al cuore, seguiva la paura di sbagliare, di analizzare questa tematica con poco garbo, e la paura che il mio essere mamma e clinico – ambiti in cui la cura è il denominatore comune del mio essere – avrebbe potuto falsare le mie parole.

Oggi, dopo aver letto tanti scritti su questo tema da parte di non clinici, credo di essere più o meno pronta per affrontare un argomento così delicato, soprattutto in fase post-pandemica, a nascita zero, come il famoso inverno demografico di cui si parla tanto. Il rischio più grande di questo scritto, così come degli altri scritti che ho letto sull’argomento, è quello di dividere il foglio in due parti come si faceva alle scuole elementari e suddividere i protagonisti dello scritto in buoni e cattivi.

In coloro, coraggiosi o incoscienti, che decidono di mettere al mondo dei figli, e negli altri, l’altra metà del cielo, probabilmente agli occhi dei più, visti come egoisti, egocentrici o narcisisti. O forse cinici e realisti, coloro che rimangono ancorati con i piedi saggiamente per terra.

Un figlio ha un costo, senza ombra di dubbio. Si tratta di un costo psichico e di un costo economico.

Childfree, non voglio figli perché

“Ho paura di ingrassare. Ho uno storico da anoressica o bulimica.

Ho un partner non coniugabile. Un compagno che non sarà mai un buon padre perché è rimasto figlio. Amo un narcisista. Ho pochi soldi. Ho troppi soldi. E se fossi come mia madre? Meglio la chiusura delle tube! Ho troppi impegni, paure, sensi di colpa. Amo viaggiare e non amo le rinunce. Con questo governo, stato, pandemia, tasse, ma chi me lo fa fare?

Sono sprovvista di nonne. Ne ho troppe e sin troppo invasive. Ho un lavoro importante. Non ho alcun lavoro. Sto bene così, basto a me stessa. Gli asili costano, e se si ammala a chi lo lascio?

Non c’è spazio per un marmocchio piagnucolante”.

Potrei continuare per giorni, ma l’argomento è così complesso che temo di usare poche parole per cercare, almeno in parte, di delinearlo a grandi linee e non essere tacciata per banale o scontata, o peggio ancora di parte.

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In realtà, dati oggettivi e vissuti soggettivi si incastrano con elementi sociologici e relazionali figli della modernità.

Ci provo.

Le donne, come sappiamo, dal punto di vita sociologico siamo le più vulnerabili e anche le più fragili. Siamo coloro che dobbiamo scegliere tra la carriera e la maternità o comunque fare le acrobate tra casa, lavoro e figli, e forse, loro stesse.

Siamo coloro che siamo deputate a portarlo in grembo. Che grazie alla pillola contraccettiva, se vogliamo di recente conquista (appena cinquant’anni) abbiamo potuto disgiungere la sfera del piacere da quella della riproduzione.

Abbiamo potuto accedere all’interruzione volontaria di gravidanza senza sentirci delle assassine o delle ingrate. Al voto e al divorzio. E così via.

Ma torniamo al ventre che contiene una vita, a quel luogo simbolico e meravigliosamente contenitivo che si chiama utero e che appartiene a noi donne, e a noi sempre apparterrà.

Certo, negli anni è stato sostituito dalle provette, dai donatori di gameti, finanche da quella aberrante pratica mercenaria chiamata utero in affitto.

Quella casa, dove tutto ha inizio, magica e simbolica, che appartiene alla donna che decide di tenere in grembo il suo bambino, che per nove mesi diventa doppia e che faticherà per il testo della vita per cercare di tornare a essere una. Perché un figlio, in fondo, è un prolungamento di noi stessi, è la vita che si moltiplica e che prosegue anche quando saremo cenere.

La gestazione, così come è mia abitudine scrivere da sempre, parte da lontano: da quel bambino tanto desiderato, detto bambino fantasmatico, che abita le terre del cuore e dell’inconscio sino a trasferirsi sotto forma di un puntino dentro un utero e dentro un cuore, per diventare un feto e poi un bambino.

I bambini che fanno fatica a venire al mondo possono essere adottati e diventare figli seguendo altre strade, impervie ma alternative, con tutte le fatiche, la burocrazia avversa e la meraviglia dell’adozione. L’adozione è una pratica che continuo a considerare un gesto di un altruismo meraviglioso che non può far altro che arricchire la vita di chi adotta e degli adottanti, e degli altri membri della famiglia nel caso in cui ci fossero. Ma questo è un altro discorso.

Nei centri di fecondazione assistita vedo tantissime coppie infertili che pur di avere un figlio venderebbero un organo. Che si fustigano con esami invasivi, con attese estenuanti e con costi economici e psichici drammaticamente importanti.

Vedo coppie che rinunciano al partner amato pur di diventare genitori. Uomini o donne che ben consapevoli dello stress enorme che stanno portando dentro la loro coppia, perseverano nel percorso della fecondazione assistita con il rischio più grande, e nemmeno troppo recondito, di avere un bambino in braccio e un partner tra le braccia di qualcun altro.

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La spinta verso la genitorialità è una spinta potente e atavica perché incarna la forza della prosecuzione della specie. È la vita che vuole nascere, che muove le fila di molte scelte o non scelte amorose procreative.

E il padre?

Il padre non è soltanto un donatore di gameti. Quando parliamo di scelte del genere – avere o non avere figli –  non parliamo soltanto di donne ma anche di uomini che figli non ne vogliono. Nel mio linguaggio si parla di maternage – quella funzione che è data da quell’insieme di atteggiamenti e azioni che governano il  rapporto madre-figlio, soprattutto nei primissimi mesi e anni di vita del piccolo, che possono essere iperprotettivi, esclusivi, generatori di profondi legami di dipendenza, oppure, al contrario, carenti o incongrui – e anche del moderno paternage, adesso riconosciuto dalla legge che concede permessi retribuiti e astensione dall’attività lavorativa per poter accudire il bambino.

Il ruolo del padre  è assolutamente indispensabile alla coppia genitoriale e al bambino che verrà per una crescita psichica armoniosa e serena.

Il padre garantisce sostegno fisico e psichico alla madre, e contribuisce alla crescita del bambino. E qui so che sto per mettermi nei guai perché questo passaggio ne conduce ad altri che riguarda il controverso tema delle coppie omogenitoriali. Ma questo scritto è abbastanza faticoso per me, del resto me ne occupo in seguito.

C’è chi dice no

Con questo articolo non voglio affrontare il tema di chi decide a tutti i costi di avere un bambino, ma di chi sceglie di non averne uno.

Si chiamano childfree e sono le donne, quindi di conseguenza le coppie, che scelgono di vivere senza mettere al mondo un figlio.

Per chi ha figli, per chi lavora con i bambini, per chi si occupa di infertilità e per chi ama la vita in tutte le sue forme complesse e controverse, una frase del genere suona quasi come una provocazione, ma ogni scelta va rispettata nella sua complessità e a volte anche nella sua oscura incomprensione.

C’è chi figli non ne vuole perché forse in fondo non può averli o non si sente all’altezza del gravoso ruolo. C’è chi invece non li vuole perché lavora tanto, non vuole rallentare, non può farlo o semplicemente non vuole farlo. Chi non ho risorse familiari necessarie per poter coniugare lavoro e figli; oppure non ha il supporto economico per poter crescere un bambino. Le tate costano e costa anche scegliere di abdicare il proprio ruolo materno ad altre braccia.

Ci sono donne che hanno un rapporto talmente irrisolto e conflittuale con la figura materna che hanno il terrore di poter essere esattamente come le loro madri e di far soffrire il figlio che verrà esattamente come hanno sofferto loro.

Le figlie di madri manipolative, oppressive, giudicanti e ingombranti sono solitamente donne ancora straziate dalle loro madri, da quei legami infestanti che non perdonano e che si muovono su un reticolo di sensi di colpa e inadeguatezza.

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Ci sono ferite maligne profonde e purulenti che continuano a generare virus e infezioni e che non consentono al legittimo proprietario di poter fare pace con sé stesso e di pensare addirittura di riprodursi e di rimanere indenne.

Chi non vuole bambini, apparentemente, è una persona razionale, risolta, che ho le idee chiare e che non ho nessuna intenzione di farsi manipolare da interpretazioni di psicoanalitica memoria. C’è anche chi adduce all’età che avanza l’impossibilità di mettere al mondo un figlio, e chi invece l’età che avanza la combatte con tutte le forze (e le provette) possibili tramite pellegrinaggi secondativi e rischi importanti per la propria vita e il proprio conto corrente.

Quindi, anche l’età che avanza, non è un dato oggettivo e di realtà ma un’interpretazione soggettiva che cambia in funzione del vissuto di ogni persona che decide di volere o non volere figli.

Mio padre – persona tremendamente importante della mia vita che purtroppo si è trasferito altrove ma che esiste in altro modo, si chiama eredità d’affetti ed è preziosissima!! – quando parlava del suo essere padre diceva sempre che quando nasce un figlio si vive in apnea. Si trattiene il fiato e si continua a farlo per i giorni, anni, decenni a venire, con quell’amorevole apprensione che sposta il baricentro psichico di un genitore da sé stesso a un altro essere umano.

Essere e non fare il genitore è una missione. È un percorso disseminato di prove ed errori, di sbagli e di goffe riparazioni, di introspezione e di trigenerazionale che non perdona.

Di quel bagaglio emozionale che abbiamo o non abbiamo avuto in dote quando siamo stati figli, e che tentiamo maldestramente di riproporre o di modificare mentre lo riproponiamo ai nostri figli. È il progetto esistenziale che ci fa venire voglia di essere migliori di come siamo stati solo per dare un buon esempio.

Non fare figli non è un fallimento dell’esistenza o dell’identità e ruolo femminile, è una scelta non sindacabile.

Madri buone. Buone madri. Scelte giuste o sbagliate. Esistono davvero?

Un giorno un mio paziente, la cui madre faceva la prostituta e lui aveva fatto una gran fatica per cercare di stare al mondo e fare pace con questa realtà, mi disse: “È l’unica madre che ho, e spero un giorno quando sarò padre di poter almeno in piccola parte tentare di essere bravo come lei”.

Non esistono madri buone o buone madri, madri obbligate ad esserlo, ma donne che ascoltano il cuore qualunque cosa vorrà dire e ovunque le porterà. A volte la ragione stenta a seguire il passo zoppo del cuore, così corriamo il rischio di giudicare quello che non è sindacabile ma che andrebbe esclusivamente ascoltato, compreso e rispettato.

Mettere al mondo un figlio, adottarlo, crescerne uno altrui, non è un dovere, un obbligo, una fatica inenarrabile, è un meraviglioso privilegio.

Ma questo è un mio personale parere.

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7 Commenti. Nuovo commento

  • Bellissimo articolo, grazie dott.ssa Randone, leggo sempre con grande ammirazione ed interesse i suoi articoli. Una penna che trasmette grande sensibilità e umanità. Complimenti !
    Elisabetta

    Rispondi
  • Raffaele Pisani
    24 Gennaio 2022 23:33

    Gentile dott.ssa Randone, una tra le più importanti cause che frenano il desiderio di un figlio è la precarietà del lavoro. Quando si riuscirà a bandire il termine “precario” da ogni contratto lavorativo sicuramente saranno in tante le coppie che metteranno in “cantiere” un bebé. Il lavoratore precario è condannato a vivere in una insicurezza che non gli permette di costruirsi nè una famiglia né un futuro e vive sgomento una quotidianità senza sogni e senza speranze, appesa sempre ad un filio che improvvisamente può spezzarsi facendolo precipitare nella più sconfortante umiliazione. Solo chi ha provato sulla propria pelle una tale esperienza di vita può comprendere quanto sia mortificante un qualsiasi lavoro precario.
    Distinti saluti,
    Raffaele Pisani

    Rispondi
  • Ognuno ha il diritto di scegliere per la propria vita e il proprio destino c è chi li vuole i figli e chi no e tutte le scelte vanno rispettate, non tutti possiamo o vogliamo avere figli.
    Le donne al mondo che non amano i bambini e non vogliono figli per fortuna sono una minoranza visto che alla maggior parte delle persone che popolano il pianeta i bambini piacciono e li fanno ma anche quella minoranza va rispettata non tutti siamo portati a fare i genitori e ognuno ha i suoi validi motivi per non averne.

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  • Trovo molto confondente questo articolo… Coinvolge molti temi e poi mi sembra che li abbandoni con la superficialità che non si meritano… Tanto che alla fine non capisco quel’era il messaggio…

    Rispondi
    • Valeria Randone
      19 Settembre 2022 18:31

      Buonasera,
      se trova le mie parole confondenti, e se legge questo mio articolo per motivi personali, forse dovrebbe approfondire con un professionista de visu.
      Uno scritto non è equiparabile a una consulenza.
      Un saluto

      Rispondi

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