Hanno rinunciato alla mia proprietà

Ho immaginato di prestare la mia penna a un cane precedentemente adottato e poi abbandonato dopo la fine della pandemia. Perché credo che abbia bisogno di avere la parola.

Sono stato adottato in piena pandemia. Tra un Lockdown e un altro. In quel lager freddo e gelido che era quel rifugio per cani. Non ho ricordi di morsi o di cattive azioni da parte mia, non sono stato scortese e tantomeno poco affettuoso, ma nonostante ciò sono stato abbandonato. La mia vita in canile non è di certo tra le migliori: ricevo i pasti tutti i giorni ma sono totalmente sprovvisto d’amore.
All’improvviso, un bel giorno, anche per me si è squarciata quella nube nera che aleggiava sul mio tartufo ed è apparso un raggio di sole.
Nessuno sino a quel momento si era interessato a me. Non ero eccessivamente anziano, ma non ero nemmeno un giovanotto. Tutte le persone che venivano a trovarci – perché in quel posto orribile insieme a me c’erano tanti fratelli di sciagura e di abbandono – entravano, uscivano e andavano via senza portare quasi mai uno di noi a casa con loro.
Un bel giorno, così all’improvviso, un raggio di sole si interessò a me: si chiamava Luigi.
Luigi entrò in canile con fare sicuro e lapidario, guardò tutte le gabbie e scelse me. Disse al proprietario del rifugio che avevo gli occhi tristi e lui voleva occuparsi della mia solitudine, perché occupandosi della mia solitudine avrebbe sanato la sua.
Mi ribattezzò con un nuovo nome, da quel momento in poi diventerai per lui Whisky.
Questo nome tutto sommato mi piaceva, mi faceva sentire importante e anche simpatico. La mia vita cambiò radicalmente: mi trasferì in una casa, su un divano, avevo pasti puntuali e affettuosi e una scorta infinita di carezze. Potevo avere accesso a tutte le stanze, finanche la stanza da letto di Luigi.
La domenica facevamo delle lunghe passeggiate al parco, e Luigi e io eravamo diventati decisamente inseparabili.
La sera lui russava sul divano facendo finta di guardare la televisione e io lo vegliavo. Dormivo sui suoi piedi su un tappeto morbidissimo e caldo e mi sentivo il cane più felice del mondo.
Tutto sommato questa pandemia mi aveva portato bene. A un certo punto, però, la vita di Luigi fuori casa diventò più intensa, e pian piano iniziò a trascurarmi. Le nostre meravigliose passeggiate olfattive furono ridotte all’osso, e anche le carezze si ridussero per quantità e per qualità. A un certo punto della mia vita, così improvvisamente, esattamente così come ero stato scelto, venivo nuovamente abbandonato. La chiamavano rinuncia di proprietà, ma per me è un modo elegante di sbarazzarsi degli animali. Anche io ero diventato un cane anziano, di secondo o terza mano di cui sbarazzarsi.
Sono ritornato in canile, quel luogo algido, senza cielo, senza sole, senza carezze e giochi, e senza odori e sono sicuro che da qui non uscirò mai più.
Whisky, un cane nuovamente abbandonato.

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