Si abbassa il sipario della giornata appena trascorsa. Appaiono indisturbate poche luci e tante ombre del nostro mondo interno, non più distratte da quello esterno.
Il corpo, sede di ogni felicità e mancanza, oscilla tra il pieno e il vuoto. Tra il benessere e il malessere.
Tra le paure e i bisogni, e tra i bisogni negati e le più bizzarre compensazioni.
In questa altalena emozionale si insinua il cibo con le sue ataviche seduzioni, soprattutto quello che consola e che non cura.
Il cibo abita la terra del ricordo d’infanzia, la dimensione della necessità e del piacere. Dell’amore e dell’amore negato.
Diventa consolazione quando stiamo male o siamo soli, il compagno più fedele durante un abbandono o un tradimento.
Diventa abbraccio rassicurante quando abbiamo paura o siamo confusi.
Placa l’ansia e stempera il dolore quando ansia e dolore tracimano ogni diga.
Si trasforma ancora in un surrogato affettivo in mancanza di un affetto o di rispetto, e di un amore. Diventa un’alchimia di compagnia e calore nel tentativo malsano di riempire un vuoto ancestrale.
Si traveste da luogo del conforto: diventa un utero caldo nel quale regredire durante le mareggiate della vita.
A fasi alterne, diventa altro da sé o semplicemente cibo, talvolta sembra essere il nostro più fidato antagonista e al tempo stesso si trasforma nella terra paludosa della dipendenza.
In questo rapporto tortuoso con il cibo attecchiscono due malattie dell’amore: anoressia e bulimia.
Le due grandi ferite d’amore.
Il cibo negato o evitato come la peste, o ingurgitato per essere poi velocemente espulso, sono due ferite profonde del cuore.
Dolenti e sanguinolente.
La prima è il disperato tentativo di difendersi da relazioni che feriscono, la seconda è la totale dipendenza dall’oggetto d’amore.
Tra paura e schiavitù, tra vuoto e pieno, il cibo diventa il luogo dell’altrove.
Esattamente come un amante che seduce, abbraccia e poi abbandona.