Il regalo più bello, il regalo più brutto

Tutte le volte che non siamo stati pensati o siamo stati mal pensati, ci siamo rimasti male. Quel dono evaso o distrattamente acquistato inoculata in noi il richiamo della ferita primaria. Quella sensazione che serpeggia silente ma urlante dentro di noi e che per tutta la vita, in un modo o nell’altro, in modi sani o disfunzionali, ha cercato un risarcimento.
Il Natale è un amplificatore di tutto: di felicità e infelicita. Di buio e di luce. A lucine lampeggianti e ad albero addobbato le ferite non si rimarginano per incanto, ma unitamente ai nuovi addobbi si appendono anche i nuovi rimpianti e le nuove mancanze.
Quelle nuove di zecca, scintillanti e dolorosamente lampeggianti.
Come bambini diventati (a fatica) adulti, anche gli adulti, adulti con quella parte bambina ancora intatta, aprono il regalo che gli è stato consegnato.
In quel dono c’è il pensiero della persona amata, c’è il suo sguardo sul partner – Bion, uno psicoanalista che io amo molto, direbbe: “pensare il pensiero” -, ci sono le sue parti psichiche consegnate all’amato insieme al dono, c’è la sua rappresentazione del mondo.
I regali o doni, spogliati di quell’elegante carta da regalo, hanno un’anima: l’anima della festa. Quella festa che dovrebbe abbracciare e mentre lo fa dovrebbe far star bene, ma a volte questo non accade.
La delusione post-regalo è tra le più cocenti e frequenti che ci sia. Sembravinsoiegabile e solitamente fa rimanere molto male chi fa il dono e chi il dono lo riceve.
In realtà, la delusione post-dono non è mai correla al dono in sé, ma è direttamente proporzionale al danno subito nelle terre dell’infanzia.
Più duole l’infanzia più delude il dono.

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